Dai miei diari: La ruota di Duchamp

La ruota di Duchamp è un piccolo brano, chitarra e voce, che ho scritto lo scorso anno, il 2020. Prima di metterla su carta, mi è risuonata in testa per settimane, finché mi sono messo alla chitarra ed eccola qui. E’ la mia visione di città, che dalla costruzione della prima Babele queste “meter”, per l’uomo, sono l’unica epica possibile.

Queste sono sterminate e verticali, piene di carattere ma anche anonime, sono le realtà della nostra Storia e oggi le viviamo nel loro più evidente stadio antropocene. Non esiste più l’umano, ma una “macchina” senza controllo.

Provate ad immaginare “La grande Torre” di Giorgio de Chirico e al posto di questa, nella versione dipinta da quest’ultimo, “Ruota di bicicletta” di Marcel Duchamp. Questo è il paesaggio che immagino, ruote, tante ruote messe in fila a perdita d’occhio stile Matrix. Impressionante. Crapulate in un’indolenza di “rifiuto-riciclo”, dove il fare è vittima del proprio consumo e della propria cecità laboratoriale, le città da lontano appaiono lente, quasi immobili, senza meta.

Tornando con Rosy dai Camaldoli, dal locale di Nello, a sera inoltrata, la gran città mi appariva proprio come quella ruota.

Duchamp prendendo una ruota di bicicletta e decontestualizzandola su uno sgabello, aveva reso tale “macchina” funzionate in sé stessa: sola sul proprio asse.

Tanti anni fa, su portali d’arte quasi scomparsi, mi presentavo con questa tag: “Ti Rifiuto – Ti Riciclo”. Molti mi odiavano, qualcuno mi amava, ma in queste piccole frasi “spiegavo” ciò che ora sto scrivendo: della progressiva coscienza che certa fantascienza appare desunta e che le colonie extramondo non esistono e perciò tutto accade qui.

Siddìm è morta in uno specifico luogo e ad ogni restaurazione sopravvive chi ascolta, chi ha orecchie intenda!

L’antichità è sempre in divenire e l’uomo, da tribale a liquido, non è mai cambiato. Tra volenterosi e insolenti, nell’ansia delle cose, non ha fatto altro che produrre discutibili conseguenze, ma pensandoci, se tutto accade qui, non potremmo credete nell’esistenza di un’Altra soluzione?

Niente di più, c’è qualcosa scritto da uomini.
Già, non lo sai, sono fuori qualche secolo ormai.
Ricorderò quelle immagini che volano via.
Grandi città, folli ruote sul collasso, giro di una stessa realtà.
Forse non so, sai non credo a tutte queste idiozie.
Dico di più, ho scoperto questa nuova mania.
Guardami un po’, tra le folle che mi dicono addio.
Grandi città, vasti campi d’illusione, giro di una stessa realtà.
Realtà… stessa realtà… realtà…

Donato Arcella

(cover dell’autore)

Pubblicato da donatoarcella - spazi.lolli

Non sono un pittore, né un poeta, né uno sportivo, né un cineasta, né un filosofo, ma un espositore. (Arnulf Rainer) Siamo Donato Arcella e Rosangela Martino. Napoli 1976.