Venti d’Oltreoceano –
Dopo il 2000 -_
I Black Keys sono di qualche anno più piccoli di me, usciti nel 2002, li ho scoperti un po’ più tardi. Ho cominciato ad ascoltarli lontano dalla fase “fan”, perciò, in un rapporto gen X, comunque esaltante, in un processo però più lento, selettivo, senza stress.
Uno spasso –
Diversi sono gli album che il duo di Akron hanno prodotto e che ancora producono: Rubber Factory, Brothers, El Camino… l’ultimo, Dropout Boogie, ma rimango legato a suoni ed esperienze più vicini a The Big Come Up e Thickfreakness, quest’ultimo in particolare:
suoni e visioni garage; registratore anni 80; distorsioni al fuzz; b/n colore; on the road. Hanno mixato il loro primo LP riascoltandolo sullo stereo di casa –
Michael Carney, il fratello di Patrick Carney:
il “Thorgerson” che ha saputo interpretare visivamente i suoni di Patrick e Dan, il quinto elemento, se non il terzo, che nella musica del duo ha saputo offrire la propria “voce”.
Da insegnante d’arte e artista visivo io stesso, non finirò mai di affermare che il rock è un’arte visuale.
Il lavoro grafico e fotografico di mister Carney, in totale sintonia con i Keys, è scarno, ruvido, essenziale, technicolor (pensiamo a Turn Blue), pubblicitario, garage, indie… è un lavoro al “flash” che inesorabilmente ci aiuta anche nella scelta della loro musica al di là dei preziosissimi consigli di Alexa e YouTube.
Enormi sono gli artisti che nel corso della storia hanno ampliato il discorso del pop e del rock: Corbijn, Mick Rock, Wenders… e così anche Michael Carney nel suo stile sempre vario.
La saggistica scrive 24.000 libri su una sola opera, ma sono dell’idea, contestabile, che i libri di storia dell’arte dovrebbero essere di sole immagini come i booklet.
Michael ha la stessa “voce” di 240 Years Before Your Time, una sospensione over profonda e lontana dove basta veramente poco per comprendere che il cervello, quando vuole, raddrizza tutto quello che gli occhi vedono:
una nuova storia.
Una voce dal basso come 240 Years…, non può che essere captata soltanto da stazioni molto particolari: guai se andasse in mani sbagliate!
Se nuovo è il “suono”, nuova è l’idea e idee e voci non possono far altro che sintonizzarsi su parametri personali, c’è il dibattito, ma poi ciò che conta è il discorso, che non sempre può piacere.
Non parlatemi di estetica ma di etica e se c’è da evitare qualcosa credo sia giusto farlo.
Non è il mezzo né la tecnica, non sono le arti ma l’Arte che narrativa, concettuale o astratta è comunque pensiero…
l’importante è assumersene la responsabilità.
Donato Arcella