Dai miei diari: L’Attore

1999/00

Fu una delle prime esperienze come fotografo di scena, ne avevo avute altre, ma questa mi piacque particolarmente, chissà, forse il teatro, il luogo, gli amici. Daniele e Toxi mi vennero a prendere a Campi Flegrei. Ancora in Accademia, mi ingaggiò Gennaro (un altro Gennaro), mi vedeva sempre con in mano una reflex e allora mi disse – perché non vieni a farmi le foto?

Teatro Spazio Libero – P.zza Amedeo – Napoli.

Sono convinto che questi piccoli teatri venivano allestiti ancora con una memoria da Cabaret Voltaire. Avevo una Ricoh manuale che comprai da Somma, non ricordo Slao che fine gli fece fare. Il teatro si trovava in fondo ad una strada sopra la piazza che, uscendo dalla metropolitana, nel senso opposto, ti imbattevi nella lunga e fastosa Via dei Mille. Via dei Mille mi ha sempre dato un’impressione da Belle Époque perciò, tra teatro, fotografia e Belle Époque stavo vivendo un sogno. All’epoca Gennaro, ancora studente, cominciava a farsi conoscere come attore e regista teatrale, era uno di quei pochi che batteva ancora chiodo sulla tradizione e indimenticabili saranno i suoi pulcinella. In questo spettacolo, scritto proprio da lui, ricordo che esprimeva la figura dell’attore nella sua persona, nel suo dramma e nel suo rapporto con il pubblico. Per la prima mancava ancora qualche ora, allora, con la metro, giunsi a Mergellina per farmi un giro. Nel tragitto mi venne in mente Anna, una bella ragazza, la cugina di Emiliana, che poco tempo prima frequentavo e che mi diceva sempre di volersi iscrivere alla facoltà di Storia. Finito questo piccolo giro “malinconico”, tra ricordi e Ottocento, tornai in teatro e vidi Gennaro che stava ancora provando. Uno degli attori, si sedette come un disperato proprio al centro del palcoscenico e, immerso in una fortissima luce rossa, lo immortalai. Quando la vide Michele disse subito che era da locandina, mi incoraggiò. Non esiste una sola cosa che a teatro non sia performance. Ricordo ancora le partacce di Emmanuele quando montavamo i video.

-Racconti di un teatro di guerra-

Napoli è una performance, ha un DNA particolare assai !!!

Credo che qualsiasi manifestazione artistica che nasca in questa città, deve pagare un debito al Teatro dei Corelli a partire dal Principe. A Napoli non esiste forma artistica che non passi dal teatro, qui tutto è teatrale, le signore ancora parlano dai balconi. Il grido (non certo quello nichilista di Munch), a Napoli, non è un urlo, è una nota, per questo abbiamo i miti. Ho conosciuto il teatro dei pupi e delle marionette dei Corelli e forse, proprio qui, ho capito la performance di Totò nel film di Steno. In un appartamento situato nella periferia di Napoli, Enzo, custodiva il patrimonio dei Corelli. Il maestro Nicola, suo padre, l’ho visto soltanto una volta al Palazzo Maddaloni.

Tutti quei pupi ammassati con tanto ordine e maestria, sembravano le scenografie di Le Voci di Dentro. Andavo spesso a trovarlo con Mario Comix e stavamo ore a parlare di scenografia e di quanti personaggi, tra cui Totò e Nino Taranto, avessero attraversato questa compagnia. Vi assicuro che è una realtà particolare, totalmente surreale, talmente tale che l’iperrealismo contemporaneo avrebbe qualche difficoltà a guardarlo. Tutto si muove, ad ogni passo, quei fili, scompaiono. Nei lunghi discorsi, quei pupi ci guardavano, ci osservavano nella piena coscienza di una grande storia, non sommersa, perché i Corelli sono ancora una realtà di grande rispetto, però, credo che dalla Storia potrebbero avere più soddisfazione.

Sparavierze

Totò e Peppino stanno diventando una risata antica e Zi’ Nicola, Sparavierze, non ha ancora acceso il biancale verde. Non stiamo guardo indietro, ma molto indietro: lo sceicco Auda disse a Lawrence che “Il mondo diventa sempre più grande a mano a mano che torniamo indietro“. In un presente così vasto non so dove mettere le mani e i ricordi, se non ben documentati, sfocano nel mito e per questo non rimane niente. Un ottimo processo contro la nostalgia!

In fondo io faccio sempre lo stesso spettacolo, è il mio modo di mettermi contro-tempo. Dobbiamo star dentro la nostra opera con un tempo diverso da quello che ci viene imposto dall’esterno. Se fossimo solo determinati dall’esterno saremmo già completamente folli, cioè fuori da qualsiasi possibilità razionale di comunicazione.” (A. Neiwiller)

Siamo nella pagina di diario, una citazione da L’altro sguardo di Neiwiller di Grieco:

Antonio negli ultimi tempi della sua vita diceva spesso di voler formare una biblioteca essenziale che doveva essere contenuta in un piccolo baule, sì da poterla portare con sé nei futuri spostamenti. Pensava in qualche modo ad una specie di arca personale. Evidentemente sentiva l’incombere di tempi cupi, come quelli nei quali ci stiamo progressivamente immergendo, e cercava, quasi disperatamente, una via di salvezza, uno scampo, una fuga. Il teatro clandestino. Un luogo dove fosse possibile “rifondare”.

Su quel palcoscenico il sipario è chiuso, ma dietro, per certo, c’è sempre un laboratorio.

Donato Arcella

Pubblicato da donatoarcella - spazi.lolli

Non sono un pittore, né un poeta, né uno sportivo, né un cineasta, né un filosofo, ma un espositore. (Arnulf Rainer) Siamo Donato Arcella e Rosangela Martino. Napoli 1976.