Una Babele collettiva, una lettura duplice.
Una dedica.
Non sono state poche le volte quando ci mettevamo in macchina per andare a Caserta. Avevamo i parenti. Qualcuno è ancora lì.
Caserta non mi piace, ma ricordo quando da studente d’arte, con il Via Aversa, da Casoria, raggiungevo i giardini vanvitelliani e con un album e una koh-i-noor 4B, facevo pratica ritraendo i tempietti neoclassici nel parco della Reggia. In quelle fantasie accademiche che tanto mi erano care, non spessissimo, mi recavo a casa di zia Maria e zio Giovanni: il pittore campano Giovanni Valdelli.
Le arti visive del secondo Novecento sono state concettuali, ma la pittura, quella vera, non è mai morta. Usellini, Foppiani, Gnoli, Cacace e Pisani non hanno mai smesso di dipingere e tra loro, in quell’Italia a cavallo tra la televisione e il web, abbiamo avuto Valdelli.
Giovanni Valdelli è stato tra i più innovativi allievi di Emilio Notte, fratellone di mia madre, la prof. Valdella, era il primo genito di Antonio Edmondo e Antonia Di Caprio. Classe 1925 e padre di quattro figli, è scomparso una decina di anni fa.
Valdelli vs Valdella. Mi hanno detto che è stato un errore di trascrizione al comune di Dugenta (BN).
Alto, magro e con un naso lievemente dantesco di cui è sempre andato fiero, in gioventù è stato tra quelli che, insieme al padre e forse zio Michele, scappavano sui tetti per non farsi beccare dai tedeschi. E di quando, a casa, mentre parlava di Persico, mi raccontò come raggiungesse Napoli nel dopoguerra: su una camionetta dove i passeggeri, per non cadere, si mantenevano ad una spranga di ferro orizzontale che se si fosse staccata, sarebbe stato un disastro.
Dovremmo un attimo capire cosa sia stata la Seconda guerra mondiale.
Non tiriamola per le lunghe, Gianni Pisani lo chiamava Maestro.
Giovanni Valdelli è stato tra i pittori più innovativi del secondo Novecento, con il suo Bidialogismo e non solo, ha descritto quel doppio linguaggio “logico” che la contemporaneità sta vivendo. Negli anni ’70 del Novecento, in piena età progressive, post psichedelica e punk ha annunciato l’irreversibile decentramento dell’umano, quel fuori fuoco che ogni persona oggi vive in funzione di un solo occhio decisionale. Ha previsto, attraverso la sua pittura, la virtualità filtrata di questa Nuova Generazione.
C.O.S.A.C.E.R.C.A.N.O!!!?
L’umano che sta guardando non è più al centro del mondo, ma decentrato se non retrocesso a “favore” della tecnologia, del controllo delle forme, in una disciplina che non conosciamo. Un usurpatore, il quale scopo, doppio linguaggio logico, non è più l’uomo, ma la vanità che lo stesso umano ha creato, un tipo di intelligenza fine a sé stessa che non ci appartiene, temeraria, indipendente. La bellezza di Michelangelo non era vanità, era soggetta a Dio, Valdelli invece ci fa notare dove siamo andati a finire: chiude il cerchio. La confusione degli uomini che hanno smarrito il senso e la ragione, peggiorativi, irrimediabilmente molto oltre Esiodo, cadono in una ragion d’essere lontana, di una generazione incolmabile, vittima di uno sguardo non assoluto.
Dagli anni ’70, l’era della televisione in bianco e nero, Valdelli ha intuito il controllo Google delle smart generation e dello spiazzamento virale dei social oltre alla disgregazione sociale e ambientale dell’uomo che, in quanto massa, vive il cono ottico del singolo: quel raggio potente che a lungo andare ci ha regalato la magnifica soluzione dello Xanax.
Cosa cerca l’uomo? Cosa cerca questa Nuova generazione?
Valdelli ha cominciato a raccontarcelo mezzo secolo fa, ma non l’ha capito, troppo avanti con i tempi: il racconto dell’umano quale re vacante.
In Nuova Generazione vediamo il profilo grafico di una fantascienza azteca, i volti di Piero della Francesca spropriati da qualsiasi metafisica e lo sguardo di Molly Millions attraverso il SimStim di Henry Case accompagnato da un brano di Yōko Kanno.
Una visione moderna!
Mi sono sempre domandato perché non ci sia un sito su Valdelli, quelle cose del tipo: giovannivaldelli.it o punto com. Forse è in costruzione, non lo so. Ma oltre il Novecento, in anni così avanzati, il doppio linguaggio di Giovanni non mente e benché morto, parla ancora.
Donato Arcella
(“La Nuova Generazione”, opera di Giovanni Valdelli)