Le mie fotografie sono strettamente legate al Lolli.
Erano anni che cercavo ambienti, volti, luci e finestroni, e una volta giunti in Romagna, Pinkey, da sempre amante del teatro, trovando la realtà del TILT, mi ha permesso di chiudere per sempre quei mille anni di “preparazione” facendo del Lolli, quasi 10 anni, la mia Firenze: la mia Bologna.
Il TILT è la compagnia teatrale che gestiva il teatro Lolli di Imola all’interno dell’Ospedale Vecchio, nei pressi della Rocca. Prima con Max, poi con Luca, non ricordo di preciso, dopo, chi ne prese le redini ma ho avuto, o meglio mi hanno dato, a partire dal 2012, la possibilità di scattare foto ai “luoghi in-finiti” per eccellenza: i laboratori.
Tanino De Rosa, Randisi&Vetrano, Marco Manchisi, Cristina Gallingani, Massimiliano Buldrini e tantissimi altri… sono stati i registi, gli attori e i performer che hanno affollato questo palcoscenico.
Marco Manchisi. Lo conoscevo già attraverso Rasoi, Sud e Titanic the end, come l’avrei mai conosciuto al N.T.N. di Napoli? Attore e regista di carattere internazionale è stato colui che ha vissuto la contaminazione del contemporaneo nella tradizione, formulando in prima persona quei linguaggi del teatro, interpretativi e alternativi, di una nuova Napoli: “Pupella Maggio” non era più pensabile negli anni ’30, doveva essere ricontestualizzata. Vedendolo fuori al Lolli con sorpresa mi dissi: e questo che ci fa qua? Da qui mi resi conto che al teatro Lolli tutto era possibile. Come possibile è stato fotografare i suoi laboratori. Un personaggio che ti sa trasmettere degli impatti emotivi incredibili con una costruzione scenica senza vuoti. Dietro le quinte è un insegnante di grande generosità.
Cristina Gallingani. Amicissima di Eugenio Barba dell’Odin, è stata maestra di molte intuizioni e capolavori come Me+Dea, dal mito secondo Euripide, dove Giuliana e Stefania erano greche. Abito nella casa dove prima c’era lei.
Tanino De Rosa. Il suo Deserti, negli spazi del Lolli, è stata un’esperienza labirintica, da lui ho imparato che le città, le metropoli e qualsiasi altro luogo o cosa, non hanno una geografia, ma un’Idea. Nelle sue drammaturgie, puoi tranquillamente stare nel mezzo del Sahara e camminare tra le strade Giacarta.
I mari di Randisi&Vetrano. Questi veramente hanno visto le pentecontere, i Nostoi, i drammi del Mediterraneo, tragedie antiche più potenti di questo presente frivolo, insolente e gonfio d’aria.
In queste esperienze tra Carmine, Paolo, Reina e Silvia ho conosciuto Orfeo, il mio attore preferito: non l’ho mai nascosto. Orfeo non aveva bisogno di regie (anche si), faceva tutto da solo, personificava qualsiasi parte. Era preparato, dinamico, spiritoso e compagnone alle volte simpaticamente insolente, pratico (se così possiamo dire). Bizzarro. Insieme a Paolo, Luca e altri, in quei frangenti, facevano una bella combriccola. Era una persona che non si perdeva in chiacchiere, sul palco appariva giovane, vecchio, antipatico e burlone, era legato a Cristina e Giuliana da un’amicizia profondissima.
Durante un incontro/lab, Orfeo, con un camicione bianco alla Johnny Depp (lo potete vedere nella foto in alto), si mise a dialogare con un teschio diventando un Amleto sui generis come solo lui sapeva fare, e mischiandosi tra le ombre di Neiwiller, nel mega lenzuolo bianco di Marco, la sua sagoma si adattava come l’acqua all’interno del contesto scenico. Un simpatico “mattacchione” che mai dimenticherò in coppia con Silvia, come anche in quel viso alla Grosz con guanti rossi, per La cantatrice calva di Luigi Tranchini.
Furioso, nel Pollock di Tanino, Orfeo, ha fatto parte anche del progetto Har, il mio progetto, il laboratorio che mi ha regalato il piano sequenza della Hannah/Silvia.
In una pausa, lo ricordo malinconico, pensieroso tra Caterina e Greta.
Avevo in mente una sceneggiatura, un dialogo notturno tra Orfeo Raspanti e Silvia Bruni, ambientata in una notte primaverile alla stazione di San Lazzaro di Savena, un dialogo tra padre e figlia, un’idea silenziosa mai portata a termine.
Poi…
il Lolli non c’era più, come anche Orfeo.
Il Lolli non è stato soltanto un teatro, per me è stato il luogo dove dal finestrone dietro le quinte, entrava il sole del pomeriggio forte e caldo, liquido, come l’ha definito qualcuno.
La morte è una cosa davvero strana. Non è normale. Non mi venite a dire che appartiene alla vita è un’incoerenza in termini, un vuoto dove neanche i ricordi bastano.
Al Teatro dell’Osservanza di Imola (non ho capito quando) la nuova rassegna TILT sarà dedicata proprio a lui: un Attore di razza che il mondo non conosce. Può essere la strada, il palco o qualsiasi altra scena, Orfeo, rimane sempre Orfeo e così, anche in questo ricordo.
Donato Arcella