Indie tour bus. Ep. 3 – 24/11/23
Trip e Rossella li ho conosciuti in Accademia, erano membri di un collettivo che si occupava di performance, stanchi di mostre e gallerie si proposero a noi come roadie. La cosa ci piacque.
Con la label mettemmo subito le cose in chiaro.
Il tour non sta andando male, in rete il video spacca e per questo, la label, non si è risparmiata. Un tre stelle niente male, ognuno con la propria cameretta.
Roba di lusso!
Io, ancora tra i corridoi, sto pensando al DS di Ruby accantonato per l’RV-6. Ne ha presi quattro collegandoli tra loro con diversi modi e combinazioni. Uno sperimentatore.
Dall’altra parte c’è il Bar Mexico. Un silenzio che neanche immaginate.
Zona stazione –
Rossella è Trinity. Avete presente quella di Matrix? Il primo Matrix! È proprio lei. Però senza la tuta in vinile. Avrei potuto dire anche il Tenente Joshi in 2049, ma per età e modi di fare è più riconducibile a Trinity. Trip Art invece è la copia spiaccicata di Gian Maria Volontè o forse, di Pierpaolo Capovilla quando era giovane. Instancabili (o quasi), con la loro Fiat Scudo ci portano ovunque. Hanno preso la cosa molto sul serio. Sono parte integrante della band. Casomai riuscissimo a produrre un altro EP, chissà, saranno con noi nell’artwork, un po’ come hanno fatto i Pink Floyd con Peter Watts e Alan Styles in Ummagumma.
Ruby è Clark Devereaux dei Goonies, il personaggio furbetto di Richard Donner, il nostro fenderista. Come ho già detto è uno sperimentatore. In realtà non voleva la Fender, per il genere che facciamo cercava una Duesenberg, ma visto i costi ha optato per una Jazzmaster.
Perché Ruby? Per un periodo, nella sua macchina, faceva girare heavy rotation un vecchio brano dei Rancid, da allora lo abbiamo chiamato Ruby. Siamo i fondatori della band e siccome non riuscivamo a trovare altri componenti (stavamo sempre seduti al tavolo di una pizzeria dalla categoria incerta con un pugno di testi) andammo a “piangere” da Conte.
Conte è il nostro batterista, il filosofo, l’arrangiatore. Non ho mai capito perché Stefano lo chiama così. Aperto alle contaminazioni il suo motto è: sui generis. È lui che trasforma le nostre canzoni, merito anche della band, certo! Però come dire, ha insistito molto nello spingere il progetto in questa direzione. Conte è Pisone, l’intellettualoide che Jack e Vitto conoscono nel primo giorno di liceo in “Mio fratello rincorre i dinosauri”, nell’ora di tedesco. Critico, simpatico e dalla risposta pronta senza il suo garage non credo che saremmo arrivati alla label, all’ep, al video e infine in tournée. Ho scritto un brano che si chiama Gàrage.
(Nanni, insieme a Toxi e Tucci il ladro, voleva diventare il più grande giocatore di fantacalcio. Non ci è riuscito! Allora si è comprato una chitarra)
Nanni è l’uomo con la Peavey T-60, una chitarra elettrica che comprò a buon prezzo in uno studio di registrazione a Grumo Nevano. Se la porta anche in spiaggia. Quando aveva i capelli lunghi somigliava a Thurston Moore, tagliandoli, è diventato Jovanotti. Siamo quelli che fondamentalmente scrivono i pezzi, non sempre siamo d’accordo, amiamo entrambi il cut-up, una cosa ci accomuna, perciò, le nostre canzoni sono fotografie accompagnate da bei ritornelli: niente di logorroico. C’è molta musica ed è qui che entrano in gioco la Jazzmaster di Ruby e il basso di Dario (Ulisse).
Ci siamo visti crescere. Balcone di fronte. Alveari umani di periferia. Casermoni, sopraelevate e polvere con vista sul Vesuvio. Diciamo così, quando non c’è foschia si vede Ischia. Il padre mi ha insegnato la fotografia.
Non sapevo che conoscesse Bekim.
Dario, con il suo basso Fender made in Japan, è il nostro cantore, il nostro Bekim Fehmiu. Quando siamo in viaggio, nella Scudo di Rossella e Trip Art, ci racconta sempre il mito, sembra di stare a Paestum. Bekim non fa parte della band, ci colpì come arrangiò, insieme a Nanni, Third Stone From The Sun di Hendrix. Avrei preferito un pezzo tipo Giant Peach dei Wolf Alice, ma quando l’ascoltammo: roba pazzesca!!! Da allora è in tour con noi. Lo ricordo dai tempi del Mojo Live.
Io sono Bicio, colui che nel pieno della notte sta scrivendo questa pagina di diario, l’anima acustica della band, ho una SigmaGuitars spalla mancante preamplificata: bella chitarra. Un giorno ve ne racconterò la storia, una vera e propria storia d’amore. Anch’io, come Ruby, amo il Boss RV-6 ma ne ho uno, non quattro.
Porto sempre con me il cd ‘Round About Midnight, non solo perché mi piace l’album, ma perché ho sempre amato la cover; infatti, ha ispirato la copertina del nostro EP.
Dicono che somiglio a Fabrizio Frizzi, perciò: Fabrizio, Brizio, Bicio.
Summertime – non riesco a dormire.
Le registrazioni le avremo domani pomeriggio nello stesso studio dove Nanni ha comprato la T-60. Dormono tutti, c’è un gran silenzio. La label ha deciso di metterci in pausa proprio per queste registrazioni, un nuovo brano per un nuovo video, si vede che Stefano è ispirato.
Mi è capitata la stanza che affaccia proprio sulla piazza. Fa freddo. Era da un po’ che non venivamo qui. Le registrazioni dell’EP le abbiamo fatte ad Erba, merito di Raffaele, ci ha trovato un produttore con i fiocchi e proprio da lì che è partito il tour.
Affacciandomi, vedo la Feltrinelli al lato. È tutto chiuso. Affrontando le luci basse, tra le scale dell’albergo, scendo.
Sono circa le 4:30, senza traffico è tutt’altra storia. Mi siedo su un coso. Si! Quei cosi di cemento che delimitano la strada. Sono seduto proprio in mezzo alla piazza. Sento da lontano Summertime, la versione di Parker, non riesco a capire da dove proviene, forse un balcone, una macchina, chissà. Osservando il Bar Mexico poco distante, dietro di me comincio a percepire i passi di una persona che si avvicina, è la donna della reception. Credo una coetanea. Longilinea con i capelli neri lunghi e il fascino di Irene Papas, mi porge una tazzina di caffè. Con un fortissimo accento cilentano mi dice, indicando con lo sguardo il Mexico, <signore è lo stesso>. Sorpreso! La ringrazio, prendo la tazzina, mi favorisce anche lo zucchero, ma molto gentilmente gli rispondo <no grazie> e, perplesso, bevo il mio caffè. Gli ridò la tazzina e lei tranquillamente, attraversando la strada, ritorna alla reception.
Rimango di ghiaccio.
Pensando ai miei compagni a letto e alla donna del caffè, mi soffermo sulla Summertime di Charlie Parker, domandandomi ancora da dove provenisse. E dal Bar Mexico, volgendo lo sguardo verso la stazione… si fece sera e si fece mattina, un nuovo giorno.
Donato Arcella