Per me questa è l’unica performance possibile, io e la Fender, dietro al microfono dove il rumore è soltanto mio. Che sia una cover o un pezzo originale non importa, l’importante che sia rumore. Mi stordisce, lenisce il dolore, forse mi distrae dal mondo. Mi spinge a scrivere piccoli racconti metafisici.
Selbstdasterllung dal tedesco sta per autopresentazione, l’ho letto come qualcosa di molto personale, un’espressione che non può mentire ed ecco che in questo frammento, perché la vita è fatta di frammenti o momenti, tutto va avanti, niente si ferma. La vita è una grande precarietà, un grande “noise” che ti rimane in testa e che pretende di essere affrontato, un feedback. Questi frammenti non sono sogni, ma quel poco che si raccoglie nell’arco della vita, nell’arco della giornata, un torrente. L’autoscatto che vedete qui sopra ne è la sintesi, ce ne sono altri. Lo so, non si capisce, ma permettermi di fare la rockstar, la cosa mi diverte, visto che dai frammenti raccolgo i ricordi, quei momenti, quei fotogrammi che mi fanno posare la testa sul cuscino, cercando di sognare niente di bizzarro. Un cantastorie in silenzio dove ciò che resta non è né il testo né la musica, ma l’azione. È quello che vediamo sui libri, negli artwork e su YouTube.
Donato Arcella
(Foto dell’autore da “Selbstdasterllung”. Teatro Lolli di Imola)