“Una canzone pop dei Ramones di tre minuti” (B. Sterling)
Avrei bisogno di immagini metropolitane o più che altro di informazioni: registrazioni. I film di Tsukamoto, non quelli propriamente cyberpunk, come anche Electric Dragon di Ishii, con Asano, mi potrebbero aiutare.
Ritornare in strada tra sottopassi e treni, sopraelevate e metropolitane. Si! Ho le mie difficoltà, ma è qui che si vede lo spirito live delle cose.
Tutto parte da un selfie che mi ritrae nei bagni pubblici di Bologna Centrale, una bella fotografia, una nuova fotografia. Sono quelle idee che pensi da tempo e che poi si realizzano.
Ho fatto una capatina nel cinema cyberpunk giapponese. Che cosa ha di grande? La metropoli! Anche se un film come Bullet Ballet non lo si può definire cyberpunk, per certo è metropoli. Viscerale, non può vivere un altro luogo, è un po’ come nei quadri di Pollock, tutto è disordine: un “ordine” michelangiolesco. Tutto si mischia, non muta, diviene in essa. E’ la giungla dell’uomo primordiale, nessuno può farne a meno. E’ difficile abbandonare una metropoli, nei confini c’è silenzio, ma è pericoloso.
Le periferie
“L’essenza del cyberpunk non si trova localizzata nel cyberspazio, quanto nella discarica, dove i punk low-tech abitano una zona transnazionale/deterritorializzata e continuano a riappropriarsi della tecnologia di strada…” (L. Di Giuseppe)
L’underground, aveva proprio questo stato di cose. La “zona“: questo spazio occupato dai “punk” che, scomparendo, ha appiattito tutto, hanno determinato un tipo di qualità dove non c’è più né domanda né risposta. C’era il mainstream e la controparte indie, oggi invece è come se avessimo il “mainstream” punto e basta. C’è tanta cultura sommersa ma, come dire, è dispersa. Il cyberpunk non insegnava soltanto il virtuale o le varianti splatter tra corpo e ferro, ci ha insegnato, e per certo ancora lo fa, l’organicità delle città madre quale immaginario, almeno di percezione americana, ma c’è un problema:
quella discarica dove trovavi un popolo che si dava da fare per dare una risposta controculturale, è diventata una “pattumiera“ perché da popolo, è ora entità di scarto che, in quanto tale, rimane li, e se le metropoli erano “discarica” (perciò popolo indie) oggi, in quanto scarto, cosa sono? Possiamo mai rimanere nelle periferie dove anche lì, il tempo non rallenta? Una babele segnica di stimoli e di stili la cui visione lontana non può essere gestita (o gestita da pochi) perché ormai fine a sé stessa? Abbiamo capito che le qualità uccidono.
Ricordo ancora quando, l’ultimo treno per Caserta, quello verde che andava a diesel, e che spesso mi capitava di prendere insieme a Massimo, era una condizione cyberpunk! Un treno sul binario fantasma di Napoli Centrale, quello più esterno, che a tarda sera ci riportava nei confini, nelle periferie, dove ci capitava di parlare di Stelarc e di altri artisti che sperimentavano gli innesti. Un’inquietudine di rumori e soluzioni visive di una rete che per attraversarla ci voleva un fisico bestiale, un cut-up di strade, tanto per non stare sempre davanti a quei display, oggi antichi, che ci davano un vantaggio: quello di conoscere le città, la Rete non la conoscerai mai.
Mai sarai figlio o figlia del Web.
Treni, pullman, stazioni e stazioni di servizio, musei, traffico e attività commerciali. Gente, tanta gente che non conosci e che ti calpestano perché folla. Un unico piano sequenza. Secondo voi, Vichy (Shu Qi), sotto quella fila di neon, cosa attraversava? È Tadanobu, con la sua chitarra distorta, cosa suonava?
La “confusione” è una sostanza di informazioni che crea soluzioni, anche la natura vegetale ha un sacco di informazioni, soltanto che è più ordinata. L’uomo moderno nell’ordine delle cose si trova assai male, infatti, non vive bene. Ma ci sta così tanto bene che il disordine lo sta toccando con mano.
È sera, come tutte le sere.
Sono alla fermata metropolitana di San Lazzaro di Savena, torno sempre qui. Con lo smart sto cercando un’inquadratura, questa mattina in treno non c’era nessuno. Proseguirò il viaggio a Napoli, vediamo un po’ cosa dice Nello.
L’alba sospende le cose, dopo un cappuccino c’è sempre quiete, ma non è questa, è soltanto un modo come un altro per cominciare la giornata.
Donato Arcella