Dai miei diari: Nei luoghi di Velia

Gli Oleandri…

Non so perché, ma Domenico l’ho sempre associato a Mark Arm dei Mudhoney.

In quegli anni la cultura Alternative non imperava soltanto nelle città, ma in ogni angolo del globo. In ogni sua forma partoriva modi di vestire, di parlare, di affrontare e conoscere le cose. E’ stata, se posso, un’avanguardia disillusa, verista, ma anche sognatrice, colta e già mediatica. Tutta una generazione non citava più i libri, ma le canzoni.

Qualche complicazione c’è stata.

Negli anni sonici dei ’90, questa cultura è stata vissuta in tutte le discipline: plastiche, letterarie, musicali… e non oso immaginare tale esplosione in “voragini” come Seattle, Londra e Milano. Ma l’Alternative non è stata soltanto un’espressione metropolitana. Disagi e contaminazioni divengono sempre in città, un critico italiano insegna che lo spirito del mondo è Città e per questo inevitabilmente stradaiolo, ma un’Avanguardia è tale perché va oltre e per questo tocca tutto, anche terre antiche.

Non c’era soltanto Napoli, un’altra voragine che ha vissuto questo fenomeno in maniera assai originale, tale metafisica, tale momento assoluto, è stato vissuto anche in terra cilentana, nella terra di Paestum e Velia, nella terra dove un tempo, Parmenide, tra gli oleandri, si poneva domande sull’Essere.

Bagnoli Rock 1998 – Estra; Neuralia; Bluvertigo; Afterhours –

Millenovecentonovantacinque, 19 anni, non ero mai stato in queste località se non in gita: Salerno, giù verso Sapri, precisamente Ascea.

Sono luoghi molto particolari. Paradisi! Eppure il mondo preferiva altro, meglio così, non è un caso che, ancora oggi, queste zone conservano un’aria selvaggia, incontaminata, anche se ci fu un periodo non bellissimo.

Già suonavo nelle band, ero attivo nelle prime mostre e proprio in quel periodo passavo dalla facoltà di Architettura alle magnifiche aule dell’Accademia di Belle Arti.

Indimenticabile fu il concerto dei Ritmo Tribale di Edda ad Officina, credo che il bassista ancora si ricordi di me.

Metà luglio, giunti ad Ascea, non conoscevo nessuno. Wow!!!

Nel parco dove risiedevo conobbi Tommaso, aspirante poeta, oggi regista.

Ascea è molto particolare, non c’è mai ombra e si affaccia su un golfo dove, proseguendo oltre Casal Velino, finisce in vista di un promontorio molto caratteristico.

Il Comune è diviso in Capoluogo (dove stavamo noi) e la Marina. La distanza tra la Marina e il Capoluogo, da millenni, è misurata da una mulattiera collinare di circa 1,5 km tutta in salita. Sprovvisti di macchina e di altri mezzi, dopo una quindicina di giorni a salire e scendere a piedi sei volte al giorno, decidemmo di fare l’autostop, come gli hippy.

Ci caricavano famiglie in villeggiatura, tedeschi, bellissime ragazze, individui che sgommavano e il cognato di Enzo Gragnaniello.

C’è da ragionarci! Con i tempi che corrono non credo faremmo più sta cosa!

In quelle magnifiche salite sotto il sole ci capitò di essere inseguiti da un cinghiale o forse un porco, proprio in mezzo agli ulivi e, in quella corsa forsennata verso la salvezza, Tommaso era in pantofole. Che sballo!!! Io invece sempre con calzini da tennis e Converse All Star: i fantasmini erano fantascienza.

La bellezza dell’Alternative, ancora lontanissimi dall’avvento mediatico delle smart generation, mi permise di sedermi al Lido Elea con la mia chitarra folk e, cantando Nirvana e Smashing Pumpkins, in un inglese tutto maccheronico, conobbi un popolo.

Melania, Maria…

…io, Tommaso, Raffaele, Flavia, Cecco e non so quanti per intere estati siamo stati una band, una sorta di Marry Pranksters ma molto più innocui, perché nel rock, le band, non sono formate solo dai musicisti. C’era chi portava i capelli fucsia stile Layne Staley, qualcun altro scendeva in spiaggia con gli anfibi e l’ombrello e chi, militante, non usciva di casa per vivere ogni video di Mtv.

Eravamo sotto gli occhi di tutti!

Narciso Rodriguez –Where is my mind“… sono cambiate molte cose!!!

Il Lido Elea, o meglio, poco più avanti nei pressi di una terrazza in muratura che dava sulla spiaggia, era il nostro luogo di ritrovo. Blacky e compagni affollavano il retro del Rose&Crown, noi, invece, su quella terrazza, cantavamo a squarciagola nel peggior inglese possibile.

Non ricordo il motivo per cui io e Tommaso ci recammo all’interno dell’Elea, ricordo soltanto che, seduti al tavolo, si avvicinò una signora bionda stile Sheryl Crow, che mi chiese se volessi suonare alla Buca di Bacco, una discoteca poco fuori il paese.

Max due pezzi.

Preso alla sprovvista accettai.

Desperado!!!

La padrona della Buca mi avvicinò perché gli piaceva come cantavo Knocking on Heaven’s Door, logicamente la versione Guns, e siccome volevo fare una bella figura non volevo andarci solo, perciò, mi serviva un bassista ma, in piena estate, dove lo trovavo?

Raffaele era il metallaro di Ascea, forse l’unico, i tipi più alternative della zona e fuori zona erano da lui.

In una notte afosa di agosto, tutto solo alla sorge, poco sopra la casa di Cecco, mi resi conto che non potevo stare lì a scervellarmi né tantomeno chiamare Davide che, qualche mese prima, nel garage di Francesco, insieme a Slao, avevamo registrato una demo rec&play. Così, alle 2 di notte, beccata per caso Manuela, gli dissi: – Ehi Manu! Sai dov’è Raffaele? – Andai a casa di Raffaele.

Logicamente quest’ultimo non dormiva, stava sul balcone ad ascoltare roba metallara. Gli staccai il mangianastri. Mi guardò stortissimo!!! Ma vedendomi in panico mi disse: Allora?

Così conobbi Domenico.

Ripeto – Domenico l’ho sempre associato a Mark Arm.

Alto, magro, biondo, con gli occhi azzurri (per quello che ricordo), Basilicata forever, grande bassista. Se non sbaglio, classe 1979, proprio quell’anno aveva 16 anni, lo stesso periodo in cui io e Daniele, insieme a Ottavio e Francesco, suonammo al “Lollapalooza” di Afragola.

Grande cultura musicale: dal grunge al trash, dall’indie al pop. Polistrumentista. Al Lido Elea mi regalò la musicassetta registrata di Vitalogy ed io, tutto contento, dal jukebox del lido gli feci ascoltare Loser di Beck.

Nei Jukebox, insieme ai Backstreet Boys, c’era Beck.

Anche se non originario di grandi centri, Domenico aveva un modo di fare molto Miami Vice, sembrava un dandy: simpatico, spiritoso, un tranquillone congenito.

Alla Caffetteria, lontano dagli ammassi del Charlie, Raffaele me lo presentò. Subito entrammo in sintonia e qui gli proposi se volesse accompagnarmi in questa esperienza. Mi disse di sì. Con un bassista a disposizione, la mattina dopo di buon’ora, partì per Napoli per andare a prendere la chitarra elettrica.

…dal treno verso Napoli vedevo gli scavi di Velia, scavi dove un tempo c’era Hyele, e più avanti, Paestum, era Poseidonia: Palepoli.

I luoghi di prova erano la casa di Raffaele (come di consueto), la casa di Domenico, la spiaggia e le serate in compagnia di Mad Season e Pearl Jam.

In spiaggia persi la cassetta di Punk in Drublic, da allora, i Nofx, non li ho mai più ascoltati.

Verso sera, nei bei tramonti cilentani, dove all’orizzonte inconfondibile è la silhouette della Torre di Velia, tutto diventava unplugged tra i bellissimi sorrisi di Manuela e Margherita.

Prima del grande evento, ricordo che chiesi alla signora della Buca se potessimo fare qualche prova, magari il giorno prima, perciò, un bel pomeriggio, a piedi con chitarra e basso, ci recammo sul posto. Ci misero a disposizione microfoni e mixer.

Che cosa ci facevamo lì? Non ricordo neanche con quale nome ci presentammo.

Alla Buca di Bacco si organizzavano i tipici eventi estivi, quelle cose del tipo Miss Italia: che sventole! Pienamente grunge, dietro le quinte, ci imbattemmo in una fila di ragazze in bikini pronte a sfilare.

Bellissime!!!

Poco dopo venne il direttore artistico che ci inserì nel programma e così il nostro turno.

Mi credete? Zero timidezza!

Fummo presentati, salutai e partimmo:

Ciò che mi resta” (che l’avevo scritta proprio quell’inverno) e “Knocking on Heaven’s Door” che piaceva tanto alla signora Crow. Lo stesso pubblico che aspettava quelle bellezze al bagno, sul ritornello di Dylan, stile Guns, ci accompagnò in coro.

Domenico fu magnifico, con il basso non solo riuscì a riempire la ritmica, ma apparve anche scenico, ed io, miracolo, né stonai né sbagliai il testo.

Ci fu un bel applauso e il direttore si complimentò sentitamente.

Grandi!!!

L’estate continuò nella beata spensieratezza giovanile e nella piena soddisfazione del rock: pizza a taglio da Peperoncino.

Anno 2000.

L’ultimo ricordo che ho di Domenico fu quando una sera mi accompagnò ad Ascea Capoluogo con la sua panda, che risate! Scesi dalla macchina e poi non lo rividi mai più. So che per motivi di studi si trasferì a Roma e rimase nella capitale fino al conseguimento della laurea.

Tempo dopo venni a sapere che ci aveva lasciato nel 2015 a soli 36 anni.

Ne ho parlato con Raffaele al cell per ore.

Manuela lo ricorda ancora quando imitava la pancetta nell’olio bollente

Di quelle avventure estive non conservo nulla, soltanto questo ricordo tutto ‘90. Navigando in rete ho trovato una foto relativamente recente insieme a sua sorella che ricordavo una ragazzina.

Questa non è una grande storia rock. Le grandi storie sono legate alle star, le cui canzoni hanno riempito il cuore di intere generazioni, ma permettetemi di ricordare un amico, la quale amicizia è stata una grande storia rock, perché il rock è tale non solo per merito di vite impossibili, ma anche di belle estati.

Sogni di rock’n’roll –

Non c’erano soltanto i musicisti e le loro vite, ma anche gli artwork, i testi e gli amici. Si stava tanto insieme e ai concerti c’era chi “ballava”, ma principalmente chi si sedeva a terra e ascoltava le canzoni. C’era tanta passione e voglia di cercare, di conoscere e capire: questa era la rivoluzione, non altro.

il Rock non è un genere, è un modo di fare le cose”… (Assante).

Se Woodstock fu la rivoluzione, l’Alternative è stato il Rinascimento e questo anche qui nei luoghi di Velia.

Donato Arcella

Pubblicato da donatoarcella - spazi.lolli

Non sono un pittore, né un poeta, né uno sportivo, né un cineasta, né un filosofo, ma un espositore. (Arnulf Rainer) Siamo Donato Arcella e Rosangela Martino. Napoli 1976.