Perché mai essere americani quando gli inventori della modernità hanno osservato il Giappone. La Belle Époque, il momento da cui tutto è partito, era invasa dal giapponismo e questo da Hokusai a Tissot, da Monet a Klimt, una fuga dalla realtà che si è protratta fino a Kurosawa, Gordian, Akira, Ishii e Kitano. Le città che concludono la Seconda guerra mondiale sono state due città giapponesi. Oggi domina il manga e la mostra al Museo Civico Archeologico di Bologna, Graphic Japan, evidenzia come la grafica nipponica, dall’800 occidentale ad oggi, abbia influito direttamente sulla cultura pop, definendo in maniera invasiva il contemporaneo. Negli anni ’90 del Novecento, nelle notti insonni di Fuoriorario, il direttor Ghezzi ci fece conoscere le mutazioni di Tetsuo e ultimamente, dalle nostre parti, precisamente su RAI 2, possiamo rivedere Goldrake in versione HD. Yayoi Kusama a 96 anni domina ancora l’arte contemporanea e non sapevo che l’Ibanez fosse giapponese. In Graphic Japan la distribuzione delle opere ci permette una chiara cronologia storica, facendoci capire come la cultura Zen abbia influito sui pieni e i vuoti dell’Action Painting e di come il segno di Capogrossi venga dall’altra parte del mondo. Certo! Il colore serigrafico che oggi dà vita ai prodotti Interspar determinò la saggezza di Warhol, ma l’origine è ben più lontana dove il segno visionario di Van Gogh è tutto nipponico. Nessuna metropoli più delle ziqqurat di Deckard, potevano essere più influenti di quella geisha gigante che ci ammicca annunciandoci la babele della postmodernità, drogati di normalità, con il cervello in pappa, in un’ipotesi semmai futuribile.
Donato Arcella