“Un dipinto cinquecentesco che raffiguri Giove in versione nuvola mentre abbraccia la ninfa Io non è simbolista… Se lo stesso Giove appare a un tranviere, il dipinto è simbolista.” (Philippe Daverio)
Philippe Daverio è stato la più grande pop star italiana. Storico dell’arte, critico e personaggio televisivo, ci ha accompagnato con quel suo modo di fare che oserei definire vacanziero, nel Grand Tour della nostra modernità, facendoci conoscere stili e tendenze dell’arte romanzando il mondo attraverso un museo d’invenzione creato per noi nella Storia tra sentimento, discorso analitico e intrattenimento.
La foto che vedete qui sopra è incantevole, ritrae il prof. Daverio al massimo della forma proprio come appariva in programmi come Art.tù e Passepartout, l’ho scattata all’Arte Fiera di Bologna del 2005, proprio all’entrata dei padiglioni che tra questi, poi, mi imbatterò in altrettanti personaggi come Red Ronnie e un giovane Christian Leperino, all’epoca, nascente stella dell’arte contemporanea.
I programmi di Daverio erano imperdibili gemme di ricchezza d’arte, dove spunto e studio non mancavano mai di contemporaneità sia nell’approccio che nella didattica, in perfetta armonia con quel linguaggio persuasivo, alle volte seduttivo, dove ironia e approfondimento ti facevano riflettere con sorriso e curiosità.
Trasferitomi ad Urbino per cominciare la mia carriera di insegnante, ero ancora fresco dell’esperienza paparazza di FotoAminta; perciò, inseparabile dalle mie fotocamere e, proprio in questi anni, avrò modo di assistere alle lezioni di proff. come Enrico Ghezzi, Vittorio Sgarbi e Aleksandr Sokurov fino ad incontrare, nelle piazze urbinate post live, artisti come Max Gazzè, Piero Pelù e altri: grandi esperienze! Tutte finalizzate al miglioramento della mia passione di insegnante d’Arte.
Il secolo lungo della modernità e Il secolo spezzato delle avanguardie sono due libri di Daverio che negli approfondimenti mi hanno accompagnato per anni, due testi, in particolar modo il secondo, che argomentano i periodi della Storia dell’arte che più amo e che spesso, rileggendoli, mi sono ritrovato nell’illusoria poesia della Belle Époque o in compagnia delle figure dei quadri di Carrà. Per diverso tempo sono stato abbonato ad Art e Dossier, il cui direttore è stato proprio Daverio, e dove mi sono innamorato della rubrica Il Museo Immaginario di Alfredo Accatino che da un blog sul Web, esploderà in un’importante pubblicazione come Outsiders che avrà un grande successo, il successo di una storia del Novecento del tutto alternativa.
Poi il magazine ha cambiato direttore e ho capito perché.
Con Philippe Daverio ho cominciato ad innamorarmi non più degli artisti, ma in maniera sempre più peculiare degli scrittori d’arte: Liliana Barroero, Antonio Pinelli, Ottani Cavina, Tony Godfrey, Dorfles… capendo che l’arte non è soltanto pensiero dei poeti, ma anche dei lettori; infatti, è dal matrimonio di questi che abbiamo le idee. Il problema è subentrato quando dall’idea siamo passati al prodotto, ma questa è una causa che lasciamo ad altre competenze.
Ho sempre coltivato l’esercizio della scrittura, è la mia pratica manuale. Non ho mai avuto di per sé un progetto letterario, forse questo blog, mi piace pensarmi come Pollock in una scrittura d’azione, in un fare jazzistico, un dripping, lontano dai grandi automatismi psichici dei “surrealisti“. Sono sempre più convinto che l’idea non è una cosa geniale, una cosa romantica, l’idea è il tuo vissuto personale che ti ritorna, è la tua concentrazione che, se messa su carta, diventa immagine.
Donato Arcella