È il viaggio di un uomo moderno, l’eterna primavera, come la nobile quiete e serena grandezza dei classici, non c’è più. Né prende piede il preromanticismo nordico di Füssli come l’Urlo novecentesco di Munch, né la poesia figurativa di Franco Piavoli, né l’intimità, anche se magnifica, di Umberto Pasolini. Tutto vive nella contemporaneità visionaria di Nolan che Ulisse racconta alla donna Calipso. Nausicaa, l’innamorata, l’ingenua, non esiste. Siamo alla fine di una civiltà, in un tempo dove la parola va oltre qualsiasi concetto post. Nel nostro viaggio occidentale ci siamo spinti troppo oltre: oltre i valori umani e dell’ospitalità. Né prìncipi né esploratori ma Proci. Quei valori prima sacri, poi neo-profani, hanno smesso di esistere, ma non hanno impedito all’uomo di cercarli ed ecco che Ulisse, in un atto di curiosità, sfida le sirene. Nessuno le ha mai viste, ma il loro canto è devastante. Niente è più malvagio di chi ti dice chi sei, non esiste umano che non scappi da sé stesso ed ecco che Scilla e Cariddi sono in agguato. Tu, Ulisse, insolente contro Poseidone, hai capito chi sei e per questo l’angoscia (ritorni). L’angoscia dell’uomo moderno: il nulla! L’oblio di una vita spesa per nulla. Dall’abbandono del feudo e dell’eroe, nel Mar Grande, alla ricerca del mondo e non più di Itaca. Ciò che muore nel passato è dimenticato nell’esperienza, tutto si consuma nel presente fuggente. Ma il dovere può diventare una morale ed ecco il nostos, dove Antinoo non può sopravvivere perché uomo antico. Non ha combattuto Troia, non ha visto il fallimento di Agamennone né la rabbia di Circe, la maga zia di Medea. La modernità è l’uomo solo, che dimentica. Più nessuna ironia, soltanto voglia di un fiore di loto. Ma non è una civiltà a decidere chi sei ma la voce di una coscienza, il ricordo e la memoria, l’amore di Penelope e la sua fedeltà, la pietà di Argo, la “bestia” che ci insegna che cos’è la speranza e la longanimità.
Donato Arcella