Dieci anni fa. Castellammare di Stabia. Una mostra collettiva all’Acqua ‘ra maronn. Da quello che ricordo, tutti pittori.
Inverno. Come di consueto, io e Noise, da Bologna, facciamo una capatina giù, i nostri amati nostoi. Veniamo a sapere che Carmen e Rossella avevano organizzato una mostra, così ci andiamo. Carmen è quella tutta pimpante con il saluto indie rock, Rossella è seduta giusto al centro. I figurativi. Così me li immagino. Anche se contemporanei, nei colori di quelle opere, dominava la luce del Tirreno, la luce di quella baia che si affaccia sull’altra faccia del Vesuvio.
È da tempo che sono assai restio, se non oppositivo, all’internazionalità delle cose. Si! Mi piace Weiwei, ma sono sempre più proiettato su una contemporaneità più locale, non per forza folklorica, ma in questo modo, non affacciandomi troppo lontano, mi sono accorto dei Mundu Rua, di pittori come Mario e Gennaro e di grandi realtà espositive come Artisti in Vetrina e, il ricordo di questa Collettiva, tutta moderna, che neanche ricordo il nome e che non voglio sapere.
Un’indipendenza di quartiere che propone una certa artigianalità anche se tutta moderna, che vede una territorialità che non si cura del turismo, ma che se facesse turismo, non ci dispiacerebbe. Carmen dice che tutti i rapporti sono difficili e non ha torto, il futuro è difficile, forse perché abbiamo perso di collettività.
La formazione di questi Stabiesi è tutta contemporanea, metropolitana, ma nelle loro figurazioni, anche se alla luce dei lampioni di strada, ricordano lava e sabbia nera. Rossi “pompeiani”, tratti espressionisti e sguardi crudi. Non sono artisti nascosti, alcuni di loro non si sono fermati a Napoli, ma sono andati oltre, conoscono bene il mondo. Continuano a fare ricerca, ma ritornano a Stabiae. Da Castellammare inizia la Penisola, siamo sulla via di Ercolano, Oplontis e Pompei: la Napoli romana, la Napoli di Tiberio e Poppea. La linea interna che da Partenope finisce alla Marina Grande di Sorrento che, nonostante localini e ristoranti, ci sono ancora i pescatori. Poco più avanti, Capri, è come se ti venisse addosso.
I pittori con le pentecontere di Nostos, coloro che si spingono verso Pithecusa, oltre l’isola di Vivara, alle falde immaginarie del Monte Epomeo, che proprio qui, da millenni, giacciono Tifeo e Aulice. È la contemporaneità delle antiche anfore che raffigurano polpi, leggende, sguardi, viaggi e passioni, una pittura che non dimentica tra mìmesis e memoria, storie e città.
“La tradizione culturale è materia viva, che si rimpolpa, si trasforma, si rinnova. Tali sono, ad esempio, le “leggende metropolitane”, cioè quei racconti inverosimili che sono ambientati nel concreto scenario metropolitano e contemporaneo”. (Dario Fo)
No grazie, il caffè mi rende nervoso –
Donato Arcella