Dai miei diari: Lollapalooza

Neanche Perry Farrell poteva immaginare che in quelle periferie sperdute del Mediterraneo, i suoni d’Oltreoceano avrebbero fatto “ballare” anche Sironi.

Non ricordavo Daniele, appena sedicenne, già padrone del palco: magnifico! Un vero e proprio frontman, tra me e Ottavio, mentre si esibiva con il suo giubbino di pelle.
Nella foto qui sopra, che molto probabilmente scattò Peppe, siamo al “Liceo Scientifico Brunelleschi” di Afragola, uno dei tanti licei della periferia nord di Napoli, ma per noi, nei tempi sonici del Novecento, era il Lollapalooza: qualcosa di eccezionale.
Tra i brani presentati c’erano alcune cover, non ricordo quali, ma ricordo che fummo gli ultimi dopo un cospicuo numero di band e tra queste c’era anche la band di Umberto. Bella storia! Ma quel palco fu la storia di molti e c’è stato chi veramente divenne una star. Non scherzo! Ad esempio Marco, con le “sue” Wasting Love e Fear of the Dark, tra le bellissime ragazze che frequentavano il Rusticone, dava del filo da torcere all’allora nascente Brad Pitt.
Ma perché questo ricordo? Che cosa sto cercando di ricordare? Chitarristi come Ottavio e Slao? Cantanti come Marco e Daniele? No. Non è questo. Il mio discorso verte sempre su quello che ancora vivo: la periferia.
I miei ricordi si muovono perché in qualche modo cerco di capire questo rimando vagabondo.

Mi spiego, aiuto…

Ho sempre amato le stazioni ferroviarie e sarebbe normale, almeno plausibile, amare una stazione come Napoli Centrale, logicamente più grande, meglio servita e vissuta. Invece ho sempre amato stazioni come Casoria, Bussero e tutte quelle che, in quanto luogo di “transito”, mi portano in centri più grandi come Napoli, Roma e Milano. Perciò, non il luogo in quanto centro, ma il tragitto in quanto luogo. Praticamente un qualcosa che appartiene al “prima”, e in questo prima, la visione totale, la visione lontana: iI sublime. La stessa, che nella mia immaginazione, hanno vissuto quelli dell’Apollo 8 quando dalla Luna hanno “scoperto” il disco della Terra. La stessa che provavo quando attraversavo quella sopraelevata o quando abbandonavo il Centro.
Ne parlavo ultimamente con Nello ricordando quando, dalle periferie dell’U.C.I., citando film come Matrix, osservavamo Napoli da “lontano”.

Che flash…

La periferia non è un “luogo sperduto” è semplicemente un altro luogo, di “transito”, con le sue strade e le sue storie. Non è una “cosa” decentrata o uno stato di cose “transitorio” in quanto luogo marginale, è una realtà “non transitoria”, un ambiente, dove è possibile maturare la propria visione.
Non esiste la periferia di Casoria, come non esiste la periferia di Bussero o San Lazzaro: esiste la periferia di Napoli e di Milano, di Londra e di New York. Una periferia è tale soltanto se al “centro” delle cose domina una città, e a ridosso di questa, l’immaginario: l’ispirazione che di notte diventa l’”artificiale” luccichio delle stelle, l’inevitabile e tragica conclusione della Torre di Babele, l’idea cyberpunk dell’èra post Apollo la cui missione è stata tutta periferica.
Nelle periferie ogni rumore è ben spiegato, difatti, quell’intercity che passava a notte fonda lo sentivo tale e quale, in centro sarebbe stato impossibile percepirlo.
Enzo, in questi luoghi, conservava la scuola dei Corelli e sempre in questi, ad Officina, ho visto live che hanno fatto la storia.

Abbiamo sognato il Lollapalooza.

Cerchiamo di andare in Centro ma non ci rendiamo conto delle visioni “altre” delle periferie. Spostarsi in centro, ad esempio, è un viaggio e personaggi meramente periferici come il ladro di Bagdad, che vendeva i suoi walking cup all’unghia felina per poco e niente, poteva resistere solo qui.

Nel “transito” tra la periferia e il centro conosciamo l’impossibile.

Mimmo e Gennaro erano già a P.zza Bellini, io e Rossella dalle periferie, ci raccontavamo di tutto perché eravamo praticamente nomadi: andata e ritorno.
Purtroppo, qui, uomini e vizi si nascondono bene e per questo è una giungla, la stessa giungla che si affrontava per il palco del “Lollapalooza”. Volevamo essere come Corvo Rosso, ma in quei rumori marshall ossidati dall’umidità, ci dimenavamo come Jimi e Joystick a Marrakech.
Lo spirito del tempo ha sempre accompagnato le metropoli, ma fuori di queste c’erano altre storie, tutte sommerse e disperse nel tempo, difficili da raccontare perché forse non vissute e isolate per sempre.

Il rock, pur con varie sfaccettature, resta rock, quindi non una musica italiana. Il fatto di cantarla nella nostra lingua non la rende italiana, al limite ‘ruffiana’” (M. Michelotti).

Quel concerto al liceo fu prima degli F.T.LOW, era un altro progetto che prima di giungere lì, dal garage di Francesco, toccammo le periferie di Officina a Gianturco, l’unico progetto ad aver visto una demo. Ricordo Core e Lucariello, 24 Grana e Arcana, ma le scintille furono tutte lì sul palco del Brunelleschi dove Daniele, come potete ben vedere, non scherzava.

Donato Arcella

Dai miei diari: L’uomo del treno

D’estate lo vedo saltare da un treno all’altro con la sua chitarra, non conosco il suo nome, ma il suo fare è così Romantico che non può passare inosservato.

Lo vedo sempre sulla tratta Agropoli – Paestum mentre, carrozza dopo carrozza, tra aria condizionata e forni a 40°, canta sia pezzi propri che cover.
Di certo è indigeno, lo tradisce il suo accento e il repertorio che propone: la cultura campana è tutta dentro di lui. Credo che abbia poco meno di 40 anni, magrissimo. Sui treni non si può suonare e difatti è una scheggia, senza che neanche te ne accorgi si presenta e ti canta una canzone. Ricordo una sua versione di “Napule è”: ci incantammo. 
E’ un hobo, un personaggio kerouachiano dallo spirito avventuroso e vagabondo, poetico nella sua terra dei miti. Non mi piace conoscere la vita della gente perché si perderebbe quel sapore di leggenda che si viene a creare e, di conseguenza, la loro poesia. Ho cercato di fotografarlo ma non ci sono riuscito ed è giusto, viviamo in tempi dove la privacy è una condizione sempre più strana e la fotografia ha perso quel suo “occhio” quale mezzo d’indagine sulla conoscenza del reale. E’ un danno immortalare questi poeti che nella loro semplicità sono “ sogni”.
Sempre nel Cilento, precisamente tra le strade di Acciaroli, mi colpì la performance di un altro “hobo” che, con la sua chitarra, cantava “…E cerca ‘me capi’ “, sempre di Pino Daniele, i turisti gli fecero un cerchio tutto intorno. Non era solo, forse un po’ più giovane del primo, era accompagnato da altri due chitarristi. Mi sono recato più volte ad Acciaroli per vedere qualche altra sua esibizione, ma a differenza di quello sul treno, questo non l’ho mai più visto.
Sono Artisti che non hanno bisogno di nulla. Hanno tra le mani una canzone? Bene! Prendono la chitarra, scendono in strada e suonano senza nessuna pretesa.
Affrontano la strada, vengono ascoltati dagli sconosciuti e poi scompaiono. Sono bravissimi. Sono libere cellule di gioia. E’ un mito il fatto che esistono ancora e di più nella terra degli aedi.

Donato Arcella

Opera di Picasso

Dai miei diari: Gli Oleandri

Qualche giorno dopo le registrazioni con gli F.T.LOW, verso sud, in una piccola pineta dopo lo Scirocco, come ogni anno rivedo quella luce unica nel suo genere. Sono ancora in compagnia della mia Fender, allora chiedo a Pinkey di farmi qualche scatto…

…i colori degli oleandri tipici del Cilento, in estate, trasformavano tutto in unplugged tra spiagge e tramonti nei bellissimi sorrisi di Manuela e Margherita e degli amici che qui, ad Elea, abbandonavano quei feed per vivere la terra dei miti…

Donato Arcella

(Foto di Rosangela Martino)

Dai miei diari: – F.T.LOW – bassa risoluzione

Quando grattavo il plettro sulle corde il suono che ne usciva sembrava quello di una betoniera della Calcobit.

Ciò che mi resta” è una canzone che scrissi quando avevo circa 17-18 anni. Mi piaceva una ragazza del Parco che non corrispondeva i miei sospiri, oltre questo, all’università le cose non andavano bene e nonostante gli sforzi, non riuscivo a mettere su una band che mi piacesse. Così mi ritrovai nella mia stanza, seduto alla scrivania, insieme ad una pianta di ficus benjamin a scrivere frasi del tipo: svanita lei non so che fare, questa felicità è una trappola, l’amicizia è una stanza chiusa e quale destinazione sto dando alla mia vita? Praticamente il delirio di un adolescente di periferia.

“Quel concetto di scaltro, Francesco, non poteva spiegarlo meglio”.

Erano gli anni del Neapolis Rock Festival, alla performance dei Marlene, all’attacco noise tra Sonica e Nuotando nell’Aria, Daniele svenne.

Non credo sia importante rivangare l’origine della scelta di questo nome, ma letterale o appellativo che sia, mi permetto di esporre il rimando di cui ho sempre avuto e che in qualche modo è stata la nostra dieta, o almeno la mia quando attraversavo a’California.

F.T.LOW – “low fi”= a: bassa risoluzione; grezzo; grunge; punk; la metropolitana di Montesanto: UNDERGROUND (parola novecentesca di origine anglo-americana il cui significato culturale è andato perduto per sempre). Insomma, un qualcosa strettamente legato al DIY, ma non poteva essere diversamente, perché il ricordo che mi perviene di tutta quella storia è periferico, se non in qualche modo “on the road”, inscindibile da quella sopraelevata che attraversavo a piedi tra camion, luci gialle e i fuochi delle sirene di Ulisse.

Tutti i giovani talentuosi con cui mi confrontavo o almeno la maggior parte, frequentavano il Liceo Scientifico Brunelleschi di Afragola, il Lollapalooza della gioventù sonica della periferia nord di Napoli, e Peppe di certo l’ho conosciuto in quei giri.

Ci provo…

Abitavo in un parco privato non lontano dal Parco Sie, poco più di 1 Km tra il quartiere di San Pietro e via Capri, nei pressi di quello che un tempo era l’Euromercato. Se Casoria, in quanto Comune limitrofe è una periferia di Napoli, io abitavo alla periferia di questa. Il balcone di Daniele era di fronte al mio.

Uscendo dal parco, per una strada che proseguiva via Castagna, arrivavo ad una piccola stazione di servizio. Andando avanti mi immettevo sotto un ponte che faceva da sopraelevata alla Circumvallazione Esterna. Attraversandola a piedi giungevo a casa di Peppe nelle zone della Casa del Pesce. La stazione di servizio, ancora oggi attiva, si trova di fronte all’Hotel Daytona, dall’altra parte della strada, e quel tratto della Circumvallazione, che in linea d’aria partiva dal Daytona e finiva alla Casa del Pesce, fu battezzata da me e Peppe: a’California… ma non quella delle magnifiche spiagge sul Pacifico, il nostro immaginario si spostava verso la Los Angeles di Rick Deckard, il rap di Tupac e brani come Ruby Soho. Per questo i nostri modelli non potevano essere Dante e Virgilio né tantomeno Pulcinella, ma l’America: i venti d’Oltreoceano.

Negli anni ’90 il tragitto appena descritto, come si può capire, non era molto affidabile ed ogni volta che l’attraversavo (tra quei fuochi mancava soltanto l’intro di Lay Your Hands On Me) arrivavo a casa di Peppe con il fiatone. Peppe scendeva con in spalla il suo basso e così ci recavamo alle prove nel garage di Francesco.

Il garage di Francesco era la casa di Fox Molder, lo conoscevano tutti, dai servizi segreti della CIA al KGB, dagli alieni a o’Babbo. In quanto Comune d’appartenenza si trovava a Casavatore, ma centrato/decentrato in una posizione tale che attraversando la strada eri a Napoli, ti spostavi 30 metri più avanti ed eri a Casoria, proseguivi dalla parte opposta verso Casavatore e in niente ti trovavi nel Parco Acacie dove poco più avanti eri già a Secondigliano. Praticamente la Cantina dei Bardi del triangolo Nord delle Bermude. Questo garage ha visto di tutto: la nascita e la fine di progetti musicali, feste, discussioni, la realizzazione di cortometraggi e bellissimi cineforum. Per un periodo è stato anche il mio atelier. Era frequentato da rockettari, metallari, studenti e attori di teatro. Tommaso dal N.T.N portò un intero laboratorio per girare un mediometraggio di cui non abbiamo più traccia.

Gli F.T.LOW sono stati il risultato sconosciuto di questa condizione periferica e “de-centrata” di un periodo storico dove la cultura Alternative era ovunque.

L’Età Sonica!

ancora forte sento il grido di quella performer alta, magra e con gli occhi a mandorla che per un bel pezzo è stata la nostra frontwoman: la ragazza che cantava Bro Hymm

Non c’erano soltanto Nirvana e Smashing Pumpkins, ma anche il soffio di altri venti quali potevano essere Spike Lee, Wong Kar-wai e Carmelo Bene. L’amore di Daniele per l’Alternative rock made in Italy era contagioso e le tele-visioni di Mtv e Fuori Orario erano vissute H24.

In quel periodo gli F.T.LOW rifiutavano la forma canzone, amavano affacciarsi su altre soluzioni, ricordo che i brani nascevano da un fare aleatorio per giungere poi ad una forma propria. Ma nonostante quelle strutture così “complesse”, l’eco di quel piccolo brano pop era sempre lì. C’era tanta voglia di osservare e sperimentare, ma forse chissà, le cose semplici vengono sempre nascoste ed ecco che allora tutto si complica. Avevo una chitarra blu, ero sempre con lei, e un amplificatore che io e Daniele, per farlo funzionare, dovevamo prenderlo a calci, eppure, nonostante le difficoltà in quel garage non scherzavamo. I colori degli oleandri tipici del Cilento, in estate, trasformavano tutto in unplugged tra spiagge e tramonti nei bellissimi sorrisi di Manuela e Margherita. Ma nonostante quelle visioni periferiche e i venti d’Oltreoceano, gli F.T.LOW, man mano svanirono come tantissime altre storie.

Avete mai visto Peppe al concerto dei Rancid? Non sapete cosa vi siete persi. Solo dopo molto tempo ho imparato che non esistono solo le fotografie…

Se quel DS-2 della BOSS era così potente, poteva cadere anche la California, ma un ricordo che riecheggia dal basso, arrivato ad un certo punto riemerge.

Si dice – sono passati tanti anni– ma la costante del tempo serve a questo, a farti ricordare le cose e a ripartire. Dopo più di 20 anni, verso quei bellissimi caldi greci che solo Partenope sa regalare, con la mia Fender parto dalla terra dei Carracci per ritrovarmi nel forno della Circumvesuviana di Pioppaino. A Trecase mi aspetta Daniele, il personaggio Immaginario di Nanni sai.

Autostrada. Usciamo a Grumo.

A Officina Sonora ci attendono Peppe e Francesco. Il bassista e il batterista.

Da molto tempo ho imparato che non esistono solo le fotografie, come queste emergono da un cassetto, le canzoni, riemergono dall’aria e una volta respirate non le dimentichi più. C’è qualcosa di sublime? Di epico? Perché no? Ciò che mi resta di quell’epos, erano quei quattro power chord che ho ritrovato in uno spirito del tutto nuovo. Rockettari più di prima: magnifico! Performativi e in presa diretta. Registriamo! Francesco ha tolto i tom, Daniele ha abbracciato una T-60 e Peppe splende con quel giro di basso. Ed io? Nostos, finalmente a cantare in quel viaggio periferico con gli F.T.LOW.

Aria condizionata a 16°

Fender e T-60 scivolano via come i pinguini e i suoni scorrono dritti in un sollievo agognato da tanto, ero finalmente lì, con la mia band.

Cosa sono le chitarre elettriche se non gli strumenti diversi per eccellenza? Forse per il fatto che in sé non sono strumenti ma oggetti d’arte? Almeno per come la vedo io: forse perché alzando il volume di un amplificatore puoi arrivare ovunque sapendo che quel suono può appartenere soltanto al rock. Si! Perché la piccola storia che ho voluto raccontare è una storia rock e non può essere altro.

Anzi credo per certo che…

Le storie possono essere soltanto grandi, perché queste appartengono a chi le ha vissute e non c’è un canone per definirle, magari una canzone. Ci proiettiamo verso il futuro, ma non ci prendiamo il tempo per riflettere su ciò che è rimasto. Nostalgia? No! Ma gli uomini sono tali perché hanno avuto il dono del ricordo e difatti non voglio più guardare indietro, ma molto indietro, a quel tempo prima che le cose si complicassero.

Peppe ha ragione, ci voleva una pizza.

Ora mi trovo qui sulla Linea Esterna, la linea FS che da Napoli P.zza Garibaldi muore a Castellammare di Stabia. Attenzione!!! Non la Circumvesuviana, questa attraversa i Comuni. La Linea Esterna è una linea ferroviaria che costeggia il mare ed è lontana dalle conurbazioni, quando c’è il sole i vagoni diventano blu, quando c’è tempesta è come se attraversassero le onde. E’ un treno raro, le carrozze non sono mai affollate.

Sono quasi alla fermata di Rovigliano, sto finendo di scrivere questa pagina di diario. La prossima dovrebbe essere Castellammare: “quella piccola pianura pulita già dal vento”, e seduto comodamente sulla poltrona accanto al finestrino <sbariando>, fantasticando con l’iPod, ascolto heavy rotation la colonna sonora di questa grande avventura.

Donato Arcella

(Si ringrazia Ilaria per le bellissime fotografie)

Dai miei diari: La colonna di sale

Mentre scappava non accettò, allora si girò e si mostrò insolente proprio come quella città.
Dalla Pentapoli del bassopiano di Siddim, soltanto Bela fu risparmiata.
Quando Abraamo, dai suoi luoghi guardò giù verso quella pianura, un fumo denso saliva dalla terra, denso come il fumo di una fornace.

Donato Arcella

(Opera di Jules Joseph Augustin Laurens)

Dai miei diari: Vinileviola

Vinileviola – Seconda Fondazione è stata una storia rock. La storia che mi ha fatto ritornare alla chitarra che, da un bel po’, avevo dimenticato e da questa esperienza è ripartita non fermandosi più.
Gli anni pesaresi sono stati anni di transito, posso dire che in quel periodo sono cresciuto, ho imparato a vivere da solo, a pagare l’affitto e ad ottenere le cose con le mie sole forze.
Pesaro è una cittadina molto carina in riva al mare, prosegue la famosa riviera romagnola. In inverno aveva la sua vita, ma in estate scoppiava alla grande con i suoi lidi, i bar, gli alberghi e le spiagge affollate. Nei pressi della stazione c’è una sopraelevata (anche qui una sopraelevata) che mi dava quel non so che di metropolitano e proprio attraversando questa, giungevo allo studio di registrazione dei Vinile. Sono stati gli anni tra il 2008 e il 2011, in cui mi recavo a casa di Mario, l’ideatore del progetto, e ricordo che mentre registravamo musica e non musica (parole di Mario) parlavamo di arte, letteratura, cinema e fantascienza. Eravamo attenti alle ultime uscite e colmai, con il suo aiuto, le lacune che avevo nella mia sempre ammirazione per il Grunge. Non si finisce mai di imparare. Conobbi Mario mentre ero alla ricerca di un maestro di chitarra perché , nonostante già suonassi, sentivo l’esigenza di migliorarmi, ma all’epoca ero ancora troppo proiettato verso il video , motivo per cui le lezioni non durarono molto. La voglia di creare o di vivere quello studio di registrazione era troppo forte e difatti le sessioni con Vinile finivano sempre con un arricchimento culturale quali potevano essere Star Wars, Soundgarden, William Gibson o Mechasm di John Sladek.
Mario è incontenibile : chitarrista, bassista, autore, produttore, fonico e da quello che so anche DJ, nella musica è capace di divenire quello che gli pare. 
Conservo ancora gelosamente due cd dei Vinile tra cui in uno di questi, nel brano ” Daredevil”, collaboro come chitarrista. Mario poi non si fermava ad un solo progetto, ma ne creava altri, ad uno di questi, in un live a Riccione, conobbi Piero un altro musicista indie, che avevo già intravisto a Casoria dove in diverse occasioni si era esibito. “ (D)estate” è un album dei Vinile (2011), nato dalla collaborazione di entrambi e su Ondarock c’è un’intervista che presenta questo LP.
Mario è un po’ più grande di me, per questo ha vissuto l’Età Alternative dei ’90 con maggiore consapevolezza e difatti mi appassionavo nell’ascoltare i suoi discorsi quando citava band nostrane mai sentite prima, ad esempio i Gatti Distratti dalla Luce negli Occhi, eppure all’epoca credevo di essere attento a tutte quelle realtà che si susseguivano.
Nel suo studio aveva tre poster fondamentali, è facile che li abbia ancora: Beatles, Lamb e Bobby Solo, da qui capivi la grande versatilità del personaggio, molto cool.
Lo studio di registrazione che vedete nella foto non c’è più, l’ultima volta che ci siamo incontrati era andato a vivere in un’altra abitazione dove ha dato vita ad uno studio più grande, ma per me Vinileviola era quel piccolo luogo dal favoloso aspetto indie.
Nel 2011 io e Rosy ce ne andiamo da Pesaro per stabilirci in pianta stabile in quel di Bologna. Fondamentalmente non siamo lontani ma, tra una cosa e l’altra, le persone si perdono di vista, ma il ricordo di quel periodo è sempre vivo. Vinileviola ha avuto la pazienza di insegnarmi molte cose, la principale su tutte è quella di essere sinceri con la propria ricerca senza pensare troppo agli altri e difatti, oggi, vivo in simbiosi con la mia Fender ascoltando proprio questo consiglio e pensando che: un animo sonico non può fare altro che i conti con sé stesso.

Donato Arcella

Si ringrazia Lisa per la bellissima foto.

Dai miei diari: Gradini a Sé

Un’occasione come un’altra per essere visionari.

Era un bel pomeriggio d’estate, anno 1998, Angelo e Giovanna mi vennero a prendere a Napoli P.zza Garibaldi per portarmi a Salerno. Li aspettavo con l’amplificatore di Daniela e la mia chitarra blu. Nanni mi prestò lo Zoom e Marylù mi aveva appena spezzato il cuore.

Avevano organizzato una performance ispirandosi alla Scuola di New York, The Irascibles, un action painting su una grande tela.

Il luogo della performance? La strada!

Scelsero una piccola piazza della città nel centro storico, non ricordo quale.
Negli anni dell’Accademia mi recavo spesso da Angelo, il treno Napoli-Sapri per me era la via della mitologia. Quel treno, oltre Salerno, ti portava nel Cilento raggiungendo Paestum.

Gradini a Sé, questo fu il nome del progetto o dell’evento, non ricordo il perché di questo titolo e di quanti ne fossero convinti, ma da quel che so fu l’unica performance di questo collettivo. Angelo, Giovanna, Tullio, Alessandra e Michela dipingevano in dripping una grande tela stesa a terra ed io, con la mia Sakura (una chitarra elettrica dal valore irrisorio di 100 mila lire), li accompagnavo con i miei suoni: in realtà era più rumore che altro.

Ricordo che Angelo approfondiva molto Pollock, io invece ascoltavo un sacco di Alternative, praticamente unimmo le cose. Mi divertiva quel nome: “Sakura”. Niente a che vedere con Lamù, semplicemente mi piaceva quel rimando Gutai che nell’occasione ci stava bene. Nei giardini dell’Accademia io, Angelo e compagni parlavamo solo ed esclusivamente di arte contemporanea: l’astrazione, l’installazione, il video, il compromesso della figura, Basquiat, le capriole già famose di Riccardo, i collettivi che diventavano sempre più numerosi. Duchamp e Warhol artisti contemporanei e la cultura Alternative su Rete A (Mtv era su Rete A). Studiavamo Scenografia ma della scenografia non ce ne fregava un bel niente, unica fonte di ispirazione era la Storia dell’arte.

Angelo agli esami era impeccabile.


Tra preparazione ed esibizione l’occasione durò tutto il pomeriggio fino a tarda sera, indimenticabile!

Intermedia – alla stazione, Giovanna e non ricordo chi, incontrarono Tullio De Piscopo.

Ad agosto, pieno di quell’esperienza sonica, a Paestum, con mia sorella e amici, ad un raduno di centauri andammo al Metallo non Metallo tour dei Bluvertigo. Non ho mai capito cosa ci facesse una pop band ad un raduno di motociclisti metallari. Noi tutti (non i centauri), compresa la band, eravamo circa in 20, seguimmo l’intero concerto seduti su una staccionata. Giulia, un’autoctona tanto bella, per tutto il concerto non mi filò per niente. Morgan e compagni furono fantastici.

Con Gradini a Sé quel discorso di dripping, indierock ed happening mi piacque veramente tanto, peccato che finì lì. Non ricordo un altro collettivo con lo stesso discorso.

Sognavamo i miti d’Oltreoceano

Ci fu una documentazione video di questa performance, forse la VHS ce l’ha ancora Angelo.

Ora suono un’altra chitarra il cui valore è un po’ più alto, ma ogni volta che guardo quella chitarra blu, affiora sempre quell’odore sonico di trincea. Non ricordo chi scattò questa foto, l’ho trovata per caso mentre cercavo tutt’altro, ma quanto basta per raccontarne la storia.

Donato Arcella

Dai miei diari: Gennà

Erano gli anni in cui la parola ” Underground ” aveva un peso: ricordo che c’erano quelli di “Ritmi Urbani”.
Con la scomparsa di Gennaro si è concluso tutto un periodo, un pezzo di realtà che ha vissuto il suo programma, la sua avventura e i suoi eroi. Discussioni sull’arte, sull’amicizia e il futuro. Le mostre, i progetti, le pitture e i video. I dissensi, le incomprensioni e le risate. Ogni cosa a suo tempo ed ogni cosa è stato il suo tempo.
Con Gennaro se ne va il Mario Pesce a Fore: Mimmo, Lucio, Rossella e Gigìno Costner. Il Comandante Polvere, Adelaide, io, Anna e Marco il Siculo. Muore quella Napoli, l’ultimo pezzo di quella Napoli. Era ancora la città di Emilio Notte, Antonio Neiwiller e Massimo Troisi, la città dei Corelli, e Pulecenella e degli Almamegretta.
Oggi abbraccio una Fender, la mia chitarra di sempre, e in quella città che tanto amavo non so le arti visive cosa mi hanno insegnato: lo capirò? Erano gli anni ’90 del Novecento: l’Età Sonica.

Donato Arcella

P.s.
Un pensiero poetico per Carmen, Massimiliano e Marzia.

(foto dell’autore)

Dai miei diari: Mario un pesce fuor d’acqua

È semplicemente un diario, un ricordo sgrammaticato di tanti anni fa, una posse tanto lontana neanche fosse un mito, ma è storia, la visione di un’amicizia e di cosa sono state per me le Arti Visive.
A Napoli eravamo sulla bocca di tutti così il Centro Santa Sofia ci mandò una regista a girarci un video. Mi sembra che era per Parete. Le foto che qui vedete, queste poche, non sono altro che un casuale backstage di quel momento.
Era il tempo delle VHS e delle miniDV, le prime palmari digitali costavano un sacco di soldi. Era la Napoli dell’Età Sonica, in classifica c’era la cultura Alternative e band, canzoni e label avevano quasi tutte la stessa denominazione: Sonica, Subsonica, Psycorsonica, Casasonica. Nelle fonoteche uscivano album come Catartica e Microchip Emozionale.
Dalle cantine più umide gli artisti da piccoli atelier forgiavano movimenti, cortometraggi, mostre e band incredibili.
Persisteva ancora uno spirito di Avanguardia, il Novecento, dove ogni cosa avveniva faccia a faccia e la parola Underground suonava come il fondamento delle new tribes. Il Mario Pesce a Fore è stata proprio questa, una tribù, dove ognuno, con il proprio background, si associava per partecipare a questa posse dallo spirito situazionista.
In rete c’è chi si è domandato cosa sia stato il Mario Pesce a Fore, questo “Pesce fuor d’Acqua” già molto ampliamente spiegato, e difatti non mi permetto di aggiungere altro, dove la strada era il suo divenire pulsante.
C’è chi era politicizzato e chi di politica non capiva niente, c’era chi ascoltava il rap e chi i Bluvertigo, c’era chi studiava entomologia e chi scriveva su Flash Art. Tutti noi eravamo in qualche modo urbani, magari qualcuno più periferico (perciò vedeva i fuochi della metropoli dalle zone del Daytona) e chi invece viveva giorno per giorno l’asfissiante Napoli del Corso Umberto I: o’ Rettifil. Ma la linfa era tutta metropolitana. Il Mario Pesce a Fore è stato un collettivo che nella sua indipendenza e nell’indipendenza di ogni unità, produceva Arte passando da un genere all’altro, una bottega DIY con tanto di sede, che promuoveva l’espressione di ogni componente quale estetica a sé.
A 20 anni è impossibile fare gli intellettuali, tanto più gli artisti, a 20 anni fai la rockstar e forse qualcuno di noi lo era. Tutto nasceva all’Accademia e poi allo SKA.
Mi è capitato di criticare l’Accademia, non lo farò mai più! E lo SKA? Chi se lo ricorda.
Sui diari non si scrivono né saggi né crociate, tutto scorre in maniera automatica, come nel Surrealismo. E di quel periodo? Non del Surrealismo. Ho un piccolo ricordo senza malinconia se non per Gennaro. Wow! Ad entrambi piaceva il cyberpunk.
Sapete qual è la cosa più bella del passato? E’ il fatto che non tornerà mai più e per questo ciò che ricordi diventa un “Immaginario” (ho scritto un brano proprio con questo titolo).
Oggi insegno Arte, suono la chitarra e cerco personaggi immaginari. Che dire? Il tempo passa, le cose cambiano e i ricordi diventano sempre più lontani. Non sono d’accordo sulla nitidezza del passato, forse è per questo che esistono i libri.
Non credo nei miti, ma nella Storia: in quel concetto narrativo di memoria dove un ricordo vive perché è stato parte di quel contesto e tale non tornerà mai più. E così anche nelle arti visive, non cerco più per forza quel concetto di fare arte, ma di conoscenza dell’Arte nella sua Storia, nella memoria. Soltanto in questa consapevolezza, tra tanto caos, potremmo riflettere sulla soggettività della bellezza e avere il coraggio di girarci indietro ed esclamare: ma guarda un po’!

Donato Arcella

Dai miei diari: Deserti

L’esperienza di Deserti è stato uno dei momenti più profondi e formativi della mia vita. Rifugiandomi completamente nei ricordi, custoditi nella mia memoria, rivivo emozioni e sensazioni uniche ed indimenticabili.
Deserti è stato un meraviglioso viaggio introspettivo ed esistenziale, un lavoro originale e creativo, collaborativo e stimolante.
Mi sentivo motivata in modo semplice e spontaneo, anche nel condividere al mondo esterno la mia interiorità.
L’impresa è stata liberatoria, basandosi sull’espressione pura e poetica della mia anima.
Ascoltare le voci e i gesti dei miei compagni di scena ha colmato per un attimo, su quel palcoscenico delle emozioni, la solitudine che mi attanagliava fuori sul subdolo palcoscenico della vita.
Entrando in quel laboratorio di poesie e melodie, mi scrollavo di dosso il peso soffocante della routine e mi rivestivo di leggerezza e di una frizzante illusione.
La scrittura dei personaggi prendeva forma incontro dopo incontro, la passione di Tanino De Rosa plasmava l’atmosfera che si creava trasformando il tutto in un istante magico e indelebile.
Il fondersi della notte con la natura, in quel luogo che profumava di passato e di dolore, ha reso il tutto ancora più affascinante e trascinante.
L’agire tra il pubblico, tra sguardi e curiosità, rendeva le performance intime e umane, ogni singolo passaggio trasformava il tutto in una dimensione visionaria.
Il ricordo di Deserti rimarrà sempre vivo nel mio cuore, avendomi dato un contributo inestimabile nel vivere e nell’assaporare quell’attimo di vita profonda, colma di spessore e veracità.

Rosangela Martino

(Foto di Donato Arcella)