L’Attore

1999/00

Fu una delle prime esperienze come fotografo di scena, ne avevo avute altre, ma questa mi piacque particolarmente, chissà, forse il teatro, il luogo, gli amici. Daniele e Toxi mi vennero a prendere a Campi Flegrei. Ancora in Accademia, mi ingaggiò Gennaro (un altro Gennaro), mi vedeva sempre con in mano una reflex e allora mi disse – perché non vieni a farmi le foto?

Teatro Spazio Libero – P.zza Amedeo – Napoli.

Sono convinto che questi piccoli teatri venivano allestiti ancora con una memoria da Cabaret Voltaire. Avevo una Ricoh manuale che comprai da Somma, non ricordo Slao che fine gli fece fare. Il teatro si trovava in fondo ad una strada sopra la piazza che, uscendo dalla metropolitana, nel senso opposto, ti imbattevi nella lunga e fastosa Via dei Mille. Via dei Mille mi ha sempre dato un’impressione da Belle Époque perciò, tra teatro, fotografia e Belle Époque stavo vivendo un sogno. All’epoca Gennaro, ancora studente, cominciava a farsi conoscere come attore e regista teatrale, era uno di quei pochi che batteva ancora chiodo sulla tradizione e indimenticabili saranno i suoi pulcinella. In questo spettacolo, scritto proprio da lui, ricordo che esprimeva la figura dell’attore nella sua persona, nel suo dramma e nel suo rapporto con il pubblico. Per la prima mancava ancora qualche ora, allora, con la metro, giunsi a Mergellina per farmi un giro. Nel tragitto mi venne in mente Anna, una bella ragazza, la cugina di Emiliana, che poco tempo prima frequentavo e che mi diceva sempre di volersi iscrivere alla facoltà di Storia. Finito questo piccolo giro “malinconico”, tra ricordi e Ottocento, tornai in teatro e vidi Gennaro che stava ancora provando. Uno degli attori, si sedette come un disperato proprio al centro del palcoscenico e, immerso in una fortissima luce rossa, lo immortalai. Quando la vide Michele disse subito che era da locandina, mi incoraggiò. Non esiste una sola cosa che a teatro non sia performance. Ricordo ancora le partacce di Emmanuele quando montavamo i video.

-Racconti di un teatro di guerra-

Napoli è una performance, ha un DNA particolare assai !!!

Credo che qualsiasi manifestazione artistica che nasca in questa città, deve pagare un debito al Teatro dei Corelli a partire dal Principe. A Napoli non esiste forma artistica che non passi dal teatro, qui tutto è teatrale, le signore ancora parlano dai balconi. Il grido (non certo quello nichilista di Munch), a Napoli, non è un urlo, è una nota, per questo abbiamo i miti. Ho conosciuto il teatro dei pupi e delle marionette dei Corelli e forse, proprio qui, ho capito la performance di Totò nel film di Steno. In un appartamento situato nella periferia di Napoli, Enzo, custodiva il patrimonio dei Corelli. Il maestro Nicola, suo padre, l’ho visto soltanto una volta al Palazzo Maddaloni.

Tutti quei pupi ammassati con tanto ordine e maestria, sembravano le scenografie di Le Voci di Dentro. Andavo spesso a trovarlo con Mario Comix e stavamo ore a parlare di scenografia e di quanti personaggi, tra cui Totò e Nino Taranto, avessero attraversato questa compagnia. Vi assicuro che è una realtà particolare, totalmente surreale, talmente tale che l’iperrealismo contemporaneo avrebbe qualche difficoltà a guardarlo. Tutto si muove, ad ogni passo, quei fili, scompaiono. Nei lunghi discorsi, quei pupi ci guardavano, ci osservavano nella piena coscienza di una grande storia, non sommersa, perché i Corelli sono ancora una realtà di grande rispetto, però, credo che dalla Storia potrebbero avere più soddisfazione.

Sparavierze

Totò e Peppino stanno diventando una risata antica e Zi’ Nicola, Sparavierze, non ha ancora acceso il biancale verde. Non stiamo guardo indietro, ma molto indietro: lo sceicco Auda disse a Lawrence che “Il mondo diventa sempre più grande a mano a mano che torniamo indietro“. In un presente così vasto non so dove mettere le mani e i ricordi, se non ben documentati, sfocano nel mito e per questo non rimane niente. Un ottimo processo contro la nostalgia!

In fondo io faccio sempre lo stesso spettacolo, è il mio modo di mettermi contro-tempo. Dobbiamo star dentro la nostra opera con un tempo diverso da quello che ci viene imposto dall’esterno. Se fossimo solo determinati dall’esterno saremmo già completamente folli, cioè fuori da qualsiasi possibilità razionale di comunicazione.” (A. Neiwiller)

Siamo nella pagina di diario, una citazione da L’altro sguardo di Neiwiller di Grieco:

Antonio negli ultimi tempi della sua vita diceva spesso di voler formare una biblioteca essenziale che doveva essere contenuta in un piccolo baule, sì da poterla portare con sé nei futuri spostamenti. Pensava in qualche modo ad una specie di arca personale. Evidentemente sentiva l’incombere di tempi cupi, come quelli nei quali ci stiamo progressivamente immergendo, e cercava, quasi disperatamente, una via di salvezza, uno scampo, una fuga. Il teatro clandestino. Un luogo dove fosse possibile “rifondare”.

Su quel palcoscenico il sipario è chiuso, ma dietro, per certo, c’è sempre un laboratorio.

Donato Arcella

Savana

Come ogni anno ad Imola si svolge “Imola in Musica”, una bella manifestazione dove la città si riempie di musicisti e band che trovi ad ogni angolo.

E’ simpatico il fatto che nei backstage o durante il soundcheck trovi nomi grossi del panorama, che, facilmente avvicinabili, li riesci a fotografare o a sentirli mentre provano.

Comunque –

Non corro dietro alle superstar, mi piacciono quelle cose un po’ più nascoste o diremmo “alternative”, difatti, con amici, verso il castello sforzesco, mi sono imbattuto in una performance dei Savana Funk.

Wow !!!

(foto dal web)

Hyele

I ricordi sono miti, non muoiono mai, in pochi minuti scorre tutta una storia.

Si chiamava Margherita, insieme a Manuela erano le più belle di Ascea. Si, non erano le uniche: Velia, Betta, Maria, Tonia tutte bellissime! Ma Manuela e Margherita sulle spiagge, al tramonto, spiccavano con i loro sorrisi colorati. Erano amate e sospirate, sincere e rockettare, le riconoscevi ovunque. Le cercavamo. Stavano sempre insieme. Le amiche di sempre. Dove c’erano le chitarre c’erano loro, dove c’era la musica c’erano anche loro. Ballavano sui riff più graffianti. Anche nelle discussioni erano bellissime. Ispiratrici d’arte, qualcuna con i capelli viola, chiedevano di band e cantanti, conoscevano tutte le canzoni. Poi hanno cominciato a lavorare, sono diventate mamme, perciò sempre bellissime! In quel tramonto rosso cilentano, c’è il sorriso di Margherita, la donna che abitava la Torre di Velia. In quel tramonto c’è un pensiero sonico, di estati favolose in terra greca. C’è il pensiero di un mito, di una favola per sempre.

Donato Arcella

La chitarrista

Imola in Musica 2016

Avevano un sapore hendrixiano, almeno per come li ho recepiti, la chitarrista era un fenomeno! I suoni riempivano l’intera piazza di potenza ed eleganza. Purtroppo non sono riuscito a sapere chi fossero né ho avuto modo di trovarli nel programma.

Finché…

Dopo tanta ricerca ho scoperto che non era una band (forse i Kozmic Floor), ma una chitarrista ferrarese: Silvia Zaniboni.

Donato Arcella

VHS

Attenzione!!!

Alcune delle persone ritratte in questa foto, non le vedo e non le sento da anni. Lo scatto che apre questo articolo è datato 2000, perciò, mi è parsa indiscreta la volontà di contattarle. Se qualcuno di voi non ha piacere di essere in questa immagine, potete scrivermi giù in fondo: lascia un commento.

Grazie per l’attenzione. Vostro. Donato.

Dopo anni di crisi ho conosciuto lo smartphone: mi sento un po’ come Walker Evans con la polaroid.

Non sono un pittore, né un poeta, né uno sportivo, né un cineasta, né un filosofo, ma un espositore. (Arnulf Rainer)

Questa foto è magnifica! I ricordi sono magnifici!

La scattai ad Ascea con una piccola reflex tutta manuale, era già primavera e così, andammo a trascorrere una giornata al mare, eravamo tutti all’Università e nessuno di noi ancora superava i 23 anni, ricordo che c’era anche Tommaso e poco dopo incontrammo Betta.

Erano le prime sperimentazioni video.

A quel tempo, Mario Comix, il cui tratto grafico è tutta eredità leonardesca, era l’unico che possedesse una videocamera. Le palmari digitali cominciavano ad entrare sul mercato in maniera invasiva, ma erano ancora inaccessibili, allora, ci accontentammo di questa Hitachi VHS, ma non era un problema, ci brillavano gli occhi per qualunque cosa avesse un obiettivo e la capacità di registrare.

Wong Kar-wai, Carmelo Bene, Shin’ya Tsukamoto… erano i nostri modelli, la camera al cavalletto era una jastemma e la tecnica a pedinamento di Cesare Zavattini era l’unico sacramento possibile.

Le-notti-di-raitre-Fuoriorario (preferivo Mtv)

Vivevamo al “Centro Santa Sofia” di Napoli, una mediateca comunale dove potevi trovare Wenders, Debord, Hathaway e Risi fino al cortometraggio più fetente.

Volevi diventare un regista? A Napoli era l’unico posto possibile! Volevi conoscere cinefili di ogni genere e senza-genere? Questo era l’unico posto possibile! Volevi partecipare alla rassegna “O’Curt”-Il Corto? Questo era l’unico luogo possibile! Videomakers, registi, sceneggiatori e fotografi li trovavi tutti qui.

Un amico di Alessandra disse : – Se ti vuoi atteggiare a cinefilo dici che ti sei visto Tetsuo

A fine millennio, giovani esuberanti che per quasi un decennio si erano esibiti con basso, chitarra e batteria cominciavano ad osservare il mondo attraverso le videocamere e giù a quei garage, un tempo sonici, non si formavano più band ma si organizzavano cineforum e si giravano corti: ancora new tribes.

Si ammette che quelli del Mario Pesce a Fore, con poco e niente, tra le luci notturne di Spaccanapoli, giravano film brevi già a partire dal ’95: furono tra i primi.

Come tesi di laurea portai proprio un video che realizzammo in Super VHS-C tra Casoria, Napoli e Caserta, e anche se fu una gran bella esperienza, proprio da qui cominciò il mio “medioevo ellenico”: un necrologio di esperienze e collaborazioni sia bellissime che confusionarie, alle volte fallimentari, che durò circa una decina di anni.

Quando presi questa videocamera (per poterla comprare feci lo scalpellino con i progetti della regione) in Accademia tutti volevano fare i video con me, non perché fossi bravo, ma perché ero l’unico a possedesse una videocamera decente.

L’intervento alla tesi di Marylù fu una bella storia! L’anno prima, in Accademia, completò gli studi un certo Donato Sansone che qualche tempo dopo lo vedrò citato sui Cahiers du cinéma insieme a Blu.

Mammamia! I video. Ogni progetto un’ansia, facevo tutto da solo e senza un soldo. Non ho mai avuto una produzione e nel corso del tempo mi abbandonarono tutti. Sono citato su un libro del Prof. Amendola.

Certo!!!

L’unico video che ho realizzato, forse degno di nota, è Nero, del 2007. E’ un corto che però dovrebbe essere spiegato, qualcuno potrebbe fraintendere. In quel periodo mi facevo un sacco di domande, domande a cui ho trovato risposta, Nero ne rappresentava il dubbio. Il 2007 fu difficile. Tonino fu bravissimo a mantenermi il cast a Urbino, Nello fu bravissimo a mantenermi il cast a Napoli e Francesca, la protagonista, fu stupenda!

Il nome al corto lo diede Francesco, come faceva per le canzoni, al montaggio c’era Emmanuele, mister pazienza.

Ne ho trascorse di nottate a spulciare still pause per pause sfondando videoregistratori e lettori DVD davanti a visioni catotiche. Prima dei software, passavo intere giornate chiuso in camera davanti al televisore a scattare foto alle mie stesse riprese: un pioniere della miniDV.

Cos’è rimasto oggi di tutte quelle cassettine? –Da buon napoletano ho imparato a bere caffè americano-

Ricordo una mostra al Santa Sofia, una collettiva dedicata alla fotografia di scena dove furono chiamati i fotografi emergenti di quel periodo: c’ero anch’io. Merito di Mimmo. Proprio questa mostra, insieme ai consigli di don Maurino, delineò il tipo di fotografia che volevo approfondire:

Ho sempre amato le espressioni degli attori nel buio del palcoscenico, ho studiato scenografia, perciò, anche se la mia fonte di ispirazione è sempre stata la Storia dell’arte riconosco di avere una formazione teatrale e, in quelle piccole e sporadiche collaborazioni come scenografo, ricordo ancora gli insegnamenti di Sepe, Meola e Corelli. Se Pier Paolo si ricordasse di me (effettivamente perché mai dovrebbe) spero abbia portato pazienza, ero un ragazzo molto confuso.

Dopo il 2012, concluso quell’inferno, ho cercato e trovato altro, qui è da rimandare al T.I.L.T. di Imola.

La mente “non” cancella.

Negli anni pesaresi, alla stazione, passavo ore al cellullare con Gennaro a parlare di cinema e installazioni e spesso, mi citava un remix dei 24 Grana: “Lu Cardillo”. Gennaro faceva tutto il tipo metropolitano ma era partenopeo fino al midollo: verginiano. Riuscirò mai a rivedere quei luoghi? Ci vuole un altro po’ di tempo.

Penso che l’arte non avrà nessun tipo di futuro se non riuscirà ad adattarsi alla tecnologia e alla vita di oggi“.

E’ incredibile, esasperante, come in quelle scorribande, quante corse abbiamo fatto per stare dietro a miniDV, HDV e reflex per poi aprire un dossier e vedere Ai Weiwei, sulla striscia di Gaza, girare un video semplicemente con uno smartphone.

Donato Arcella

Weiwei

Fuje ‘a chistu paese

In Accademia sono cresciuto con i miti di “Rasoi” e “Teatro di Guerra”. Tra i corridoi passeggiavano personaggi come Capuano, Pisani e Mimmo Iodice. Nell’aula di Mass media c’erano i poster di Carmelo Bene e Metropolis.

Al piano superiore, in fondo allo scalone, un intero spazio fu adibito per le performance e tra gli studenti, c’erano gli esponenti del Teatro Corelli.

Da qualche anno era scomparso Antonio Neiwiller, l’inventore della Sala Assoli, e l’eco di Teatri Uniti era ancora fortissimo.

Tradizione vs Tradizione… per strada c’era il palcoscenico, ricordo che Lina Wertmuller venne a presentare il suo ultimo film.

Nelle botteghe non mancavano i maestri e al liceo, il professor Vairetti, ci parlava di Palepoli.

Tutto intercorreva in quella distanza tra l’Accademia e il N.T.N. dove passato e contemporaneo si incontrano in un matrimonio eterno o almeno, finché morte non li separi: storie, tante storie, non soltanto ricordi…

Nuje ca scennevemo Santa Teresa
Ogge amma pruvà’ ma t’o giur
C’o sango all’uocchie e a sacca scura
So’ cuntento si ma t’o giuro
I’ non sto quieto maje
Fatt’accumpagnà’ fino ‘ncoppa ‘a Stella
‘o vì’, ‘e sera parlammo meglio, si
Nuje ca scennevemo Santa Teresa
. (Pino Daniele)

Donato Arcella

(Foto dell’autore da “Eduardo” di Marco Manchisi. Teatro Lolli)

Mundu Rua

Non vi rendete conto di cosa siano i ricordi. Ci spingiamo verso il futuro quando questo, poi, ancora non esiste e non ci rendiamo conto del passato che diviene nel presente.”

In un tempo dove imperavano Saviano e i “suoi” A67 e Lucariello, nel sottobosco partenopeo c’erano i Mundu Rua: i cantori della città antica.

Mi sono sempre piaciuti i mondi incantati e, ancora legatissimo a Napoli, ero ritornato a studiare il Neoclassicismo, quella ripresa illuminista di un tempo lontano, perciò, erano frequenti i miei nostoi a Paestum insieme allo studio delle opere di David, Jean-Germain Drouais e Angelika Kauffmann fino agli sceneggiati di Franco Rossi come Eneide e Odissea. In quest’ultimo, del 1968, mi colpì la figura di Kira Bester il cui nome compare soltanto in questi titoli. Non si sa niente di questa attrice, che vivendo nel suo ruolo senza secolarità, Franco Rossi la “eternizza” in Calipso, la figlia di Atlante, la ninfa dai capelli d’oro innamorata di Ulisse.

Alla ricerca di nuova musica, dopo la dipartita di Mtv, durante il viaggio di nozze, mi giunse un sms di Mario dove mi invitava a Bacoli al concerto della sua nuova band, diversa dalle altre formazioni dove militava come batterista. Dalla Spagna, tornati a Napoli, io e Pinkey fresca sposa, andammo al concerto.

Cominciarono e ne rimasi folgorato!!!

Senza i Mundu Rua non sarei ritornato a teatro a fotografare laboratori e non avrei diretto “Har” e “Hannah”, due piccoli video a cui sono molto legato. I Mundu Rua sono stati quelli che hanno ripreso Neapolis: la città greca, la Neapolis degli aedi, la Neapolis del mito e della letteratura. I Neoclassici. La Napoli del Grand Tour.

Nei Mundu Rua c’era musica, performance, letteratura e storia, nel mio immaginario ci vedevo anche qualcosa degli Osanna, per questo, un continuum con la “tradizione” d’avanguardia partenopea. Non dimenticherò mai la loro esibizione al Mojo Fest del 2013 nel cuore del Cilento. In terra greca Dario, Mario e una formidabile performer di cui non ricordo il nome, furono capaci di bloccare un’intera strada, furono la maggiore attrazione di quell’edizione. 

Fu una gran bella estate, in tour con Pinkey, Manu e compagnia bella, verso Specchia, a Maglie, partecipavo ad una collettiva d’arte organizzata da Roberto e Debora, la tappa a Mojo fu di grande ispirazione.

Quel muro alle loro spalle, dove stesero il tappeto, è un muro antico.

Oggi Dario, purtroppo, canta solo attraverso le sue registrazioni, non siamo eterni, è una colpa reversibile. Ma i ricordi ritornano come ci giungono i miti. Mi viene in mente Nostos di Franco Piavoli.

C’erano i Mundu Rua, i cantori della città antica, i cantori di Partenope, i rapsodi.

Donato Arcella

Nei luoghi di Velia

Questa foto l’ho scattata una decina di anni fa, nei pressi di quello che un tempo era il Lido Elea. Maria ha ragione, i tramonti sono l’anima di Ascea.

Gli Oleandri…

Non so perché, ma Domenico l’ho sempre associato a Mark Arm dei Mudhoney.

In quegli anni la cultura Alternative non imperava soltanto nelle città, ma in ogni angolo del globo. In ogni sua forma partoriva modi di vestire, di parlare, di affrontare e conoscere le cose. E’ stata, se posso, un’avanguardia disillusa, verista, ma anche sognatrice, colta e già mediatica. Tutta una generazione non citava più i libri, ma le canzoni.

Qualche complicazione c’è stata.

Negli anni sonici dei ’90, questa cultura è stata vissuta in tutte le discipline: plastiche, letterarie, musicali… e non oso immaginare tale esplosione in “voragini” come Seattle, Londra e Milano. Ma l’Alternative non è stata soltanto un’espressione metropolitana. Disagi e contaminazioni divengono sempre in città, un critico italiano insegna che lo spirito del mondo è Città e per questo inevitabilmente stradaiolo, ma un’Avanguardia è tale perché va oltre e per questo tocca tutto, anche terre antiche.

Non c’era soltanto Napoli, un’altra voragine che ha vissuto questo fenomeno in maniera assai originale, tale metafisica, tale momento assoluto, è stato vissuto anche in terra cilentana, nella terra di Paestum e Velia, nella terra dove un tempo, Parmenide, tra gli oleandri, si poneva domande sull’Essere.

Bagnoli Rock 1998 – Estra; Neuralia; Bluvertigo; Afterhours –

Millenovecentonovantacinque, 19 anni, non ero mai stato in queste località se non in gita: Salerno, giù verso Sapri, precisamente Ascea.

Sono luoghi molto particolari. Paradisi! Eppure il mondo preferiva altro, meglio così, non è un caso che, ancora oggi, queste zone conservano un’aria selvaggia, incontaminata, anche se ci fu un periodo non bellissimo.

Già suonavo nelle band, ero attivo nelle prime mostre e proprio in quel periodo passavo dalla facoltà di Architettura alle magnifiche aule dell’Accademia di Belle Arti.

Indimenticabile fu il concerto dei Ritmo Tribale di Edda ad Officina, credo che il bassista ancora si ricordi di me.

Metà luglio, giunti ad Ascea, non conoscevo nessuno. Wow!!!

Nel parco dove risiedevo conobbi Tommaso, aspirante poeta, oggi regista.

Ascea è molto particolare, non c’è mai ombra e si affaccia su un golfo dove, proseguendo oltre Casal Velino, finisce in vista di un promontorio molto caratteristico.

Il Comune è diviso in Capoluogo (dove stavamo noi) e la Marina. La distanza tra la Marina e il Capoluogo, da millenni, è misurata da una mulattiera collinare di circa 1,5 km tutta in salita. Sprovvisti di macchina e di altri mezzi, dopo una quindicina di giorni a salire e scendere a piedi sei volte al giorno, decidemmo di fare l’autostop, come gli hippy.

Ci caricavano famiglie in villeggiatura, tedeschi, bellissime ragazze, individui che sgommavano e il cognato di Enzo Gragnaniello.

C’è da ragionarci! Con i tempi che corrono non credo faremmo più sta cosa!

In quelle magnifiche salite sotto il sole ci capitò di essere inseguiti da un cinghiale o forse un porco, proprio in mezzo agli ulivi e, in quella corsa forsennata verso la salvezza, Tommaso era in pantofole. Che sballo!!! Io invece sempre con calzini da tennis e Converse All Star: i fantasmini erano fantascienza.

La bellezza dell’Alternative, ancora lontanissimi dall’avvento mediatico delle smart generation, mi permise di sedermi al Lido Elea con la mia chitarra folk e, cantando Nirvana e Smashing Pumpkins, in un inglese tutto maccheronico, conobbi un popolo.

Melania, Maria…

…io, Tommaso, Raffaele, Flavia, Cecco e non so quanti per intere estati siamo stati una band, una sorta di Marry Pranksters ma molto più innocui, perché nel rock, le band, non sono formate solo dai musicisti. C’era chi portava i capelli fucsia stile Layne Staley, qualcun altro scendeva in spiaggia con gli anfibi e l’ombrello e chi, militante, non usciva di casa per vivere ogni video di Mtv.

Eravamo sotto gli occhi di tutti!

Narciso Rodriguez –Where is my mind“… sono cambiate molte cose!!!

Il Lido Elea, o meglio, poco più avanti nei pressi di una terrazza in muratura che dava sulla spiaggia, era il nostro luogo di ritrovo. Blacky e compagni affollavano il retro del Rose&Crown, noi, invece, su quella terrazza, cantavamo a squarciagola nel peggior inglese possibile.

Non ricordo il motivo per cui io e Tommaso ci recammo all’interno dell’Elea, ricordo soltanto che, seduti al tavolo, si avvicinò una signora bionda stile Sheryl Crow, che mi chiese se volessi suonare alla Buca di Bacco, una discoteca poco fuori il paese.

Max due pezzi.

Preso alla sprovvista accettai.

Desperado!!!

La padrona della Buca mi avvicinò perché gli piaceva come cantavo Knocking on Heaven’s Door, logicamente la versione Guns, e siccome volevo fare una bella figura non volevo andarci solo, perciò, mi serviva un bassista ma, in piena estate, dove lo trovavo?

Raffaele era il metallaro di Ascea, forse l’unico, i tipi più alternative della zona e fuori zona erano da lui.

In una notte afosa di agosto, tutto solo alla sorge, poco sopra la casa di Cecco, mi resi conto che non potevo stare lì a scervellarmi né tantomeno chiamare Davide che, qualche mese prima, nel garage di Francesco, insieme a Slao, avevamo registrato una demo rec&play. Così, alle 2 di notte, beccata per caso Manuela, gli dissi: – Ehi Manu! Sai dov’è Raffaele? – Andai a casa di Raffaele.

Logicamente quest’ultimo non dormiva, stava sul balcone ad ascoltare roba metallara. Gli staccai il mangianastri. Mi guardò stortissimo!!! Ma vedendomi in panico mi disse: Allora?

Così conobbi Domenico.

Ripeto – Domenico l’ho sempre associato a Mark Arm.

Alto, magro, biondo, con gli occhi azzurri (per quello che ricordo), Basilicata forever, grande bassista. Se non sbaglio, classe 1979, proprio quell’anno aveva 16 anni, lo stesso periodo in cui io e Daniele, insieme a Ottavio e Francesco, suonammo al “Lollapalooza” di Afragola.

Grande cultura musicale: dal grunge al trash, dall’indie al pop. Polistrumentista. Al Lido Elea mi regalò la musicassetta registrata di Vitalogy ed io, tutto contento, dal jukebox del lido gli feci ascoltare Loser di Beck.

Nei Jukebox, insieme ai Backstreet Boys, c’era Beck.

Anche se non originario di grandi centri, Domenico aveva un modo di fare molto Miami Vice, sembrava un dandy: simpatico, spiritoso, un tranquillone congenito.

Alla Caffetteria, lontano dagli ammassi del Charlie, Raffaele me lo presentò. Subito entrammo in sintonia e qui gli proposi se volesse accompagnarmi in questa esperienza. Mi disse di sì. Con un bassista a disposizione, la mattina dopo di buon’ora, partì per Napoli per andare a prendere la chitarra elettrica.

…dal treno verso Napoli vedevo gli scavi di Velia, scavi dove un tempo c’era Hyele, e più avanti, Paestum, era Poseidonia: Palepoli.

I luoghi di prova erano la casa di Raffaele (come di consueto), la casa di Domenico, la spiaggia e le serate in compagnia di Mad Season e Pearl Jam.

In spiaggia persi la cassetta di Punk in Drublic, da allora, i Nofx, non li ho mai più ascoltati.

Verso sera, nei bei tramonti cilentani, dove all’orizzonte inconfondibile è la silhouette della Torre di Velia, tutto diventava unplugged tra i bellissimi sorrisi di Manuela e Margherita.

Prima del grande evento, ricordo che chiesi alla signora della Buca se potessimo fare qualche prova, magari il giorno prima, perciò, un bel pomeriggio, a piedi con chitarra e basso, ci recammo sul posto. Ci misero a disposizione microfoni e mixer.

Che cosa ci facevamo lì? Non ricordo neanche con quale nome ci presentammo.

Alla Buca di Bacco si organizzavano i tipici eventi estivi, quelle cose del tipo Miss Italia: che sventole! Pienamente grunge, dietro le quinte, ci imbattemmo in una fila di ragazze in bikini pronte a sfilare.

Bellissime!!!

Poco dopo venne il direttore artistico che ci inserì nel programma e così il nostro turno.

Mi credete? Zero timidezza!

Fummo presentati, salutai e partimmo:

Ciò che mi resta” (che l’avevo scritta proprio quell’inverno) e “Knocking on Heaven’s Door” che piaceva tanto alla signora Crow. Lo stesso pubblico che aspettava quelle bellezze al bagno, sul ritornello di Dylan, stile Guns, ci accompagnò in coro.

Domenico fu magnifico, con il basso non solo riuscì a riempire la ritmica, ma apparve anche scenico, ed io, miracolo, né stonai né sbagliai il testo.

Ci fu un bel applauso e il direttore si complimentò sentitamente.

Grandi!!!

L’estate continuò nella beata spensieratezza giovanile e nella piena soddisfazione del rock: pizza a taglio da Peperoncino.

Anno 2000.

L’ultimo ricordo che ho di Domenico fu quando una sera mi accompagnò ad Ascea Capoluogo con la sua panda, che risate! Scesi dalla macchina e poi non lo rividi mai più. So che per motivi di studi si trasferì a Roma e rimase nella capitale fino al conseguimento della laurea.

Tempo dopo venni a sapere che ci aveva lasciato nel 2015 a soli 36 anni.

Ne ho parlato con Raffaele al cell per ore.

Manuela lo ricorda ancora quando imitava la pancetta nell’olio bollente

Di quelle avventure estive non conservo nulla, soltanto questo ricordo tutto ‘90. Navigando in rete ho trovato una foto relativamente recente insieme a sua sorella che ricordavo una ragazzina.

Questa non è una grande storia rock. Le grandi storie sono legate alle star, le cui canzoni hanno riempito il cuore di intere generazioni, ma permettetemi di ricordare un amico, la quale amicizia è stata una grande storia rock, perché il rock è tale non solo per merito di vite impossibili, ma anche di belle estati.

Sogni di rock’n’roll –

Non c’erano soltanto i musicisti e le loro vite, ma anche gli artwork, i testi e gli amici. Si stava tanto insieme e ai concerti c’era chi “ballava”, ma principalmente chi si sedeva a terra e ascoltava le canzoni. C’era tanta passione e voglia di cercare, di conoscere e capire: questa era la rivoluzione, non altro.

il Rock non è un genere, è un modo di fare le cose”… (Assante).

Se Woodstock fu la rivoluzione, l’Alternative è stato il Rinascimento e questo anche qui nei luoghi di Velia.

Donato Arcella

Il laboratorio di Giannino

Giannino è un uomo di circa 70 anni, cilentano, ma partenopeo di adozione. È un ingegnere mancato, talentuoso in tutto ciò che è meccanico con una grande passione per l’informatica, non l’informatica dei software, ma quella degli hardware che smonta e monta come se nulla fosse.

Ciò che vedete nella foto in alto è il suo atelier, si trova sotto un palazzo di una decina di piani dove scendi, scendi e ti ritrovi qui, ma fidatevi: non è niente. La sua casa è infestata di bulloni, ingranaggi e computer di varie generazioni. È un uomo cyberpunk, un misto tra Doc Brown di “Ritorno al Futuro” e il personaggio di Luke in “La Cura del Gorilla”.

Non butta mai niente ed è sempre in divenire, la sua vita è un laboratorio per questo Annamaria è disperata!

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser” – oltre ad un motorino della Piaggio (forse un “Ciao”) appeso come un prosciutto in quel lab dai primi anni ’80.

In casa loro non è mai entrato né un idraulico né un elettricista. Non esistono imbianchini, meccanici o altri tecnici perché Giannino fa tutto da solo curando il proprio operato nel dettaglio. È un capomastro allievo di sé stesso, uno sperimentatore. Qualcosa si rompe? Nelle mani di Giannino torna a funzionare. Qualcuno ha buttato un pc nella spazzatura? Nelle mani di Giannino risuscita e addirittura, diventa un oggetto polifunzionale.

Non so se qualcuno ricorda il disastro dell’Agip avvenuto nel 1985 nella zona industriale di Napoli. Quella tragica mattina Giannino era lì, ma in un’altra azienda, aveva trascorso il turno di notte. È stato un tecnico specializzato di una fabbrica che si occupava di alti forni e ancora oggi, alle volte, ci racconta quel tragico episodio.

Giannino ama la sua terra d’origine e la sua famiglia, anche se alle volte è un po’ orso. Non è dedito soltanto a bulloni e computer, ma anche al buon cibo (quello raccolto a mano) e all’aria pulita. È una persona buona, disponibile, paziente e burbero quando serve, parla poco, ma niente supera il suo grande amore per le figlie.

Gli uomini sono personaggi da raccontare, si impara sempre qualcosa e non possiamo mai sapere quanto è sottile il filo che separa la passione dalla ricerca. Una cosa è certa, finché esistono ci sarà sempre un’espressione che li contraddistingue.

Donato Arcella

La ruota di Duchamp

La ruota di Duchamp è un piccolo brano, chitarra e voce, che ho scritto lo scorso anno, il 2020. Prima di metterla su carta, mi è risuonata in testa per settimane, finché mi sono messo alla chitarra ed eccola qui. E’ la mia visione di città, che dalla costruzione della prima Babele queste “meter”, per l’uomo, sono l’unica epica possibile.

Queste sono sterminate e verticali, piene di carattere ma anche anonime, sono le realtà della nostra Storia e oggi le viviamo nel loro più evidente stadio antropocene. Non esiste più l’umano, ma una “macchina” senza controllo.

Provate ad immaginare “La grande Torre” di Giorgio de Chirico e al posto di questa, nella versione dipinta da quest’ultimo, “Ruota di bicicletta” di Marcel Duchamp. Questo è il paesaggio che immagino, ruote, tante ruote messe in fila a perdita d’occhio stile Matrix. Impressionante. Crapulate in un’indolenza di “rifiuto-riciclo”, dove il fare è vittima del proprio consumo e della propria cecità laboratoriale, le città da lontano appaiono lente, quasi immobili, senza meta.

Tornando con Rosy dai Camaldoli, dal locale di Nello, a sera inoltrata, la gran città mi appariva proprio come quella ruota.

Duchamp prendendo una ruota di bicicletta e decontestualizzandola su uno sgabello, aveva reso tale “macchina” funzionate in sé stessa: sola sul proprio asse.

Tanti anni fa, su portali d’arte quasi scomparsi, mi presentavo con questa tag: “Ti Rifiuto – Ti Riciclo”. Molti mi odiavano, qualcuno mi amava, ma in queste piccole frasi “spiegavo” ciò che ora sto scrivendo: della progressiva coscienza che certa fantascienza appare desunta e che le colonie extramondo non esistono e perciò tutto accade qui.

Siddìm è morta in uno specifico luogo e ad ogni restaurazione sopravvive chi ascolta, chi ha orecchie intenda!

L’antichità è sempre in divenire e l’uomo, da tribale a liquido, non è mai cambiato. Tra volenterosi e insolenti, nell’ansia delle cose, non ha fatto altro che produrre discutibili conseguenze, ma pensandoci, se tutto accade qui, non potremmo credete nell’esistenza di un’Altra soluzione?

Niente di più, c’è qualcosa scritto da uomini.
Già, non lo sai, sono fuori qualche secolo ormai.
Ricorderò quelle immagini che volano via.
Grandi città, folli ruote sul collasso, giro di una stessa realtà.
Forse non so, sai non credo a tutte queste idiozie.
Dico di più, ho scoperto questa nuova mania.
Guardami un po’, tra le folle che mi dicono addio.
Grandi città, vasti campi d’illusione, giro di una stessa realtà.
Realtà… stessa realtà… realtà…

Donato Arcella

(cover dell’autore)