Idromele

Mi piacerebbe raccontarvi la Napoli dell’alternative rock, quello che veniva da Seattle, ma anche da Chicago e New York, ma è impresa difficile sono troppi i nomi, allora mi limito ad uno: Idromele.

Non conosco la loro storia, né voglio fare il giornalista, mi capitava di vederli in giro come tante altre band. In quegli anni l’alternative affollava i palchi di P.zza San Domenico, il Velvet, lo Studentato, il Mamamù e il Jail (per non citare sempre Ska, Officina e Tienanmen). Il Jail era casa mia, ma come lo è stato per un’intera generazione. Non era un buco, situato in Via Sedile di Porto era frequentato da tutti, trovavi gli esponenti di band come: Clown, Unactualz, Animarcana, F.T.LOW, Neuralia… non mancava nessuno. Nello e Dario Aged Teen sono cresciuti qui. Alcuni dei nomi citati, nel panorama partenopeo, erano star. I Neuralia, ad esempio, di Arzano, furono lanciati da Red Ronnie su TMC2.

Una sera giù al locale incontrai Manuela e Crescenzo insieme alla baraonda, il giorno dopo passammo un tranquillo pomeriggio al lido Elea.

La musica degli Idro era ruvida, pezzi brevi e molto distorta, un indie essenziale ed efficace. Non ricordo né i testi né il perché del loro nome*, ma non mi interessa, ciò che mi colpì furono i suoni della loro performance. Mi piaceva come Luigi suonava la chitarra. Erano un trio: Luigi, voce e chitarra, Rossano alla batteria e il bassista non ricordo. Rossano era tra i più talentuosi batteristi di Napoli, infatti si divideva in più formazioni, un lavoraccio! Luigi, un signor pittore.

*Una bevanda alcolica prodotta dalla fermentazione del miele.

Gennaio del 2006, la sera prima di partire per Fano, mi ritrovai fuori al locale con Toxi, Davide e DDT ART, tutti artisti visivi. Io, sempre a caccia di immagini, ero un rockettaro con la Nikon. Ancora oggi è così, soltanto che prediligo penna e stazioni FS, mi rilasso. Non ricordo quanto tempo durò il concerto, fu per certo una bella serata, infatti ebbi modo di fotografarli. Luigi poi l’ho visto più volte ad Artisti in Vetrina, so che ancora continua la sua attività sonica e mi sembra che abbia illustrato un libro scritto per Aniello Laezza, un noto chef dei Camaldoli.

Suona con Peppe e chissà, se andando a zonzo per Napoli o per le periferie, non li ritrovi in qualche tugurio alle prese con riff, feedback e distorsioni alla maniera di Tadanobu Asano in Electric Dragon 80000 V.

Donato Arcella

Cosa c’è in quel rumore?

Per me questa è l’unica performance possibile, io e la Fender, dietro al microfono dove il rumore è soltanto mio. Che sia una cover o un pezzo originale non importa, l’importante che sia rumore. Mi stordisce, lenisce il dolore, forse mi distrae dal mondo. Mi spinge a scrivere piccoli racconti metafisici.

Selbstdasterllung dal tedesco sta per autopresentazione, l’ho letto come qualcosa di molto personale, un’espressione che non può mentire ed ecco che in questo frammento (perché la vita è fatta di frammenti o momenti) niente si ferma. La vita è una grande precarietà, un grande “noise” che ti rimane in testa e che pretende di essere affrontato: un feedback. Questi frammenti non sono sogni, ma quel poco che si raccoglie nell’arco della vita, nell’arco della giornata, un torrente. L’autoscatto che vedete qui sopra ne è la sintesi, ce ne sono altri. Lo so, non si capisce, ma permettermi di fare la rockstar, la cosa mi diverte, visto che dai frammenti raccolgo i ricordi, quei momenti, quei fotogrammi che mi fanno posare la testa sul cuscino, cercando di sognare niente di bizzarro. Un cantastorie in silenzio dove ciò che resta non è né il testo né la musica, ma l’azione. È quello che vediamo sui libri, negli artwork e su YouTube.

Donato Arcella

(Foto dell’autore da “Selbstdasterllung”. Teatro Lolli di Imola)

Car crash

In questa performance erano coinvolte quattro persone, un uomo e una donna, e poi la moglie di Oldenburg, Patty Muschinski, un’attrice meravigliosa. Io recitavo nel ruolo della automobile. Ero una macchina grande e argentata. Indossavo un impermeabile che avevo dipinto con lo spray d’argento e una cuffia da bagno anche quella dipinta d’argento. Avevo un make-up bianco in faccia e mi facevo strada attraverso il pubblico fino a raggiungere una lavagna dove disegnavo molti, molti pastelli di automobili. Disegnavo e facevo il rumore della macchina e cancellavo i disegni…

Jim Dine

What in that noise?

Questa è una lettera surrealista! Niente è più surreale di una lettera.

Don, so che vieni dal deserto, quindi, volevo chiederti se potevi parlare un po’ del sole, del calore del sole e quanto ti abbia influenzato. – Sono contento che non mi sia venuta un’insolazione – ” (Some Yoyo Stuff)

Dal progetto Il sogno di Isak

Donato Arcella

(Frames da vari cortometraggi di Anton Corbijn. USA/UK 1993-00. Foto TV Donato Arcella)

Dave

What in that noise?

Pensi che i sintetizzatori possano arrivare a sostituire definitivamente gli strumenti reali?”, venne chiesto a Dave, ed è interessante notare che, invece di sottolineare che i sintetizzatori sono in sé veri e propri strumenti, abbia risposto con estrema educazione: “No, penso che chitarre e batteria non si estingueranno mai.”

(Trevor Baker)

La fotografia surrealista

Appunti.

Riproduzione meccanica della realtà: uno strumento “obiettivo” per disvelare il meraviglioso, il fortuito, l’imprevisto nella realtà quotidiana verificando l’emergenza involontaria dell’inconscio nelle trame del visibile. L’automatismo psichico, a detta di Breton, è una autentica fotografia del pensiero. La fotografia, nel suo evento meccanico, libera l’immagine dal controllo della pittura, dal suo tecnicismo, perciò, la fotografia surrealista non è l’immagine bizzarra, ma l’istantanea.

L’istante quale momento rivelatore di un tempo vissuto ma invisibile. Visibile soltanto nel suo stato di istante anche banale. Un’autentica traccia del reale prodotta senza artificio. Ma anche come documento di indagine, nel cinema basti pensare ai ‘ralentis’ che distruggono gli abituali concetti di spazio e di tempo. La possibilità di arrestare un frammento altrimenti ineccepibile, l’ingrandimento di particolari inaccessibili, foglie trasformate in architetture perché scoperte dalla fotografia.

La fotografia e il film saranno la sola forma di pubblicazione in uso, e i poeti avranno una libertà fino ad allora sconosciuta.” (Apollinaire 1918)

La fotografia di Atget consisteva in vedute parigine prive di persone dove spiccava una carica di indizi misteriosi di scenari urbani remoti della Parigi di fine secolo, Benjamin li chiamava: luoghi di un delitto.

L’estrazione tra il mondo circostante e l’uomo, che per lo studioso è il tratto tipico della fotografia surrealista, consentirebbe di lasciar parlare gli oggetti oramai spogliati dalla nicchia abituale ritagliata dalla percezione umana, aprendo così il campo alla trasfigurazione surreale del visibile.” (Benjamin)

Trasfigurazione surreale del visibile.

Fu ospitato grazie a Man Ray nel primo numero della Révolution surréaliste.

Erano molte le riviste surrealiste: La révolution surréaliste, Le Surréalisme au service de la Révolution, Documents, Minotaure, Bifur, Variétés (Belgio). Tutte queste riviste erano correlate di fotografie alle volte anonime, altre trovate per caso, altre banali, altre sapienti.

I surrealisti amavano il fascino per le passeggiate urbane senza meta, questo portò ad incaricare Jacques-André Boiffard ad immortalare le ambientazioni di Nadja, romanzo di Breton. I surrealisti di interessavano della realtà marginale dei luoghi e del tempo, quei luoghi che il borghese non prende in considerazione come ad esempio il mattatoio.

La macrofotografia interessa i surrealisti quale rivelazione di una realtà non ordinaria: capacità trasfigurante della visione ravvicinata. Pulsione scopica.

Man Ray, americano, eredità pittorialista di Alfred Stieglitz e ironia dada. Professionista della fotografia di moda e ritrattista per Vogue. Sperimentò molte tecniche: dalla documentazione ad un uso più concettuale del mezzo fino a più allusive risonanze metaforiche dell’immagine. Effetti di parole, effetti di luce sui corpi e sulla carta sensibile.

Strette e complesse furono le relazioni tra l’immaginario surrealista e lo sviluppo della pubblicità e della fotografia di moda tra gli anni 1920 e 1930.

I rayogrammi (periodo dada) che liberavano la fotografia dal soggetto umano per raccontare sé stessa. Altra tecnica di Ray è stata la solarizzazione. L’inquadratura obliqua che deformando l’immagine crea simboli, in linea di sperimentazione con la Nuova oggettività.

Potere semantico dell’inquadratura –

Un’altra pratica dell’artista è il fotomontaggio: l’uso di immagini prese da album anonimi, quotidiani. Più che essere semplice rappresentazione lo sguardo fotografico sarebbe, secondo Breton, esperienza: indagine del mondo e della cultura. Sovvertimento di una realtà “prestabilita” inventando nuovi segni.

Il semplice fatto della trasposizione fotografica significa già invenzione totale: cattura di una realtà segreta.” (Dalì 1929). Niente può giustificare il surrealismo meglio della fotografia. Psicofotografia della vita quotidiana – dare voce all’inconscio ottico. Dilatazioni associative e delle concatenazioni oniriche del montaggio cinematografico con Luis Buñuel.

Automi, manichini, bambole quale rimosso freudiano. L’indistinzione tra animato e inanimato, umano non umano. Altri artisti: Claude Cahum, Dora Maar, Lee Miller (assistente di Ray).

Appunti da Arte contemporanea di Ilaria Schiaffini.

(Ph. Eugène Atget, “Camino, Hotel Matignon”, Parigi 1905)