“Ora ci racconterà quello che ha sognato. Ecco perché c’entrano i sogni. Essi descrivono ciò che cerchi di nasconderti, ma lo descrivono in modo enigmatico e confuso. Il problema di chi analizza è di mettervi ordine, e ricostruendo il quadro per intero, capire che diavolo hai cercato di rivelare a te stesso.”
Dal progetto: Il sogno di Isak.
(Da “Spellbound” di A. Hitchcock. USA 1945. Foto tv Donato Arcella)
La lettera è un progetto, ci vogliono alcune cose per prepararla, almeno nel mio caso. C’è chi prende carta e penna e scrive grandi cose, chi cartoline, c’è chi fa Mail-art, nel mio caso, spedisco fotografie accompagnate da un pensiero o una citazione. Alle volte scrivo anche una vera e propria lettera però, le immagini sono bellissime, per questo spedisco frames e scatti vari. Ma non è solo questo, la cosa principale è che una lettera, proprio nel senso di busta e contenuto, è un qualcosa che viaggia, ma che viaggia veramente. Un piccolo libro illustrato che ti arriva improvvisamente. È un oggetto fisico, un regalo che rimane al destinatario e che in quanto cosa, può far piacere come anche no. Le lettere si scrivono a mano ma c’è anche il pc.
Un tempo c’erano gli scrivani, che sballo! Quelli che scrivevano lettere a pagamento: Felice Sciosciammocca. Scrivere era un mestiere, una cosa che non si dava per scontata. Attenzione! Non sto rivalutando nessuna attività estinta, ma semplicemente un valore, perché sì! Se una lettera è un qualcosa di surreale, provate ad immaginare uno scrivano.
Oggi una lettera è un’opera d’arte, è una cosa originale, almeno per gli affetti. Se la scrittura è una tecnologia (a detta di Gadamer), la lettera è la sua performance, un qualcosa che richiede movimento, azione, una preparazione che la porta da qualche parte… temeraria, avventurosa, instabile.
È una cosa facile, la prepari e la imbuchi, per il resto ci pensa la Posta, continua il tuo lavoro, realizza il senso per cui l’hai fatta. Bellissimo!!! Surreale. Fantascientifico. Alternativo. Ci proiettiamo verso il futuro ed eccolo! Una lettera sai dove la imbuchi ma non sai con certezza se arriverà a destinazione, è un’azione dispersa nello spazio e nel tempo, un concetto per noi impossibile, per questo, una passione che diventa attesa.
Tutte le lettere che ho spedito sono giunte a destinazione, ma un po’ di paura c’è sempre, come nella vita, non puoi mai sapere come evolve, ma sai che le cose nello spazio e nel tempo viaggiano. Esiste questa rete alternativa che è sopravvissuta alle cabine telefoniche ma che non tiene testa a WhatsApp, ma certo! Ma credo anche che siano due sistemi di comunicazione distinti: il primo è veloce, la lettera, invece, è Romantica.
“Durante le tournée la peggiore nemica è la noia.” (Martin Gore)
Ho un nuovo personaggio si chiama Dickpowell. Deve scoprire un grosso furto di gioielli. Si sospetta già qualcuno. Li ritroveremo a Cape Town.
Dick è stato ingaggiato giù la metro, sette piani sotto, l’ha ingaggiato la signora Gene. C’è una voice-over che lo racconta. Dick ha una casa, ma vive in metropolitana, è reperibile soltanto sullo smart, i suoi ingaggi avvengono all’aria aperta. Si chiama Dickpowell, come l’attore americano, è il nickname del suo wa. Non ha la patente, ma porta la macchina benissimo. È sposato, ma piace a Gene, una bella signora sulla quarantina.
Dick è nomade non vuole complicazioni. Conosce un sacco di gente, è il tipo che entra in polemica. Alle volte manca di saggezza, ma serve in questo lavoro, la semplicità è la maniera più facile per essere eroi.
Gene è stata vittima di un grosso furto, un’eredità. È convinta che sia stata un’amica. Le indagini non stanno portando a niente allora Gene ha trovato Dick. Dick non ama i salotti, ama il ferro dei regionali, a modo suo è uno snob, però è in questi ambienti che può chiedere di più. Dickpowell è famoso è uno che fa bene il suo lavoro. Dorme sui treni, gli piacciono le poltrone comode. Poi torna a casa, deve farsi la barba, c’è Noise, sua moglie.
È l’alba. Dick ha le dita sporche di inchiostro, prende appunti. Gene è altolocata ha conosciuto una certa Ida (o Tina, dipende dalle occasioni). Maledetta gioventù, la quale saggezza non esiste. A Cape Town Ida/Tina conosce le persone giuste, soltanto qui certe rarità hanno un prezzo. È un bel momento. Dick è al Polo Sud, in Africa, quegli ambienti li conosce. Gene riconosce Ida. Dick entra in polemica con il capo e questa cosa non va bene. I gioielli ora fanno parte della bisca e Dick non sa giocare, ma la signora Gene sì. Nel locale c’è un bel bar.
Il capo è troppo forte, i suoi giocatori sono i migliori del porto. Dick ha sonno, ha un’autostrada sul corpo, quando cambia il tempo gli dà fastidio. Non si può risolvere tutto con una partita. Allora Dick entra in polemica con il capo, ma la cosa non va bene. Ida l’ha pagata cara. Forse toccherà anche a Dick e Gene, ma come in tutti i film c’è un evento imprevisto. Non sappiamo cosa ha combinato il dj, dalle casse del locale parte un Larsen da sfondare i timpani. Dickpowell conosce quel suono, prende Gene e scappano.
Il porto è un labirinto di container, alcuni di questi vengono dal mare. Attento Dick! Il porto è la casa del capo. Ma Dick vive tra i labirinti delle linee metropolitane, ha trovato il modo di depistare il mondo. Li stanno cercando ovunque. Da una scala a chiocciola fatta dal mare, Dick e Gene scendono giù, non li ha visti ancora nessuno, sono nel cuore della trappola, ingenui, le onde del mare sbattono più forte di una tempesta. È notte, è molto umido, le ferite gli fanno male, non ci sono le poltrone dei regionali.
Dick e Gene sono scomparsi.
È giorno, c’è un silenzio molto strano, una mattinata sospesa. Ida l’ha pagata cara, ma li ha trovati e ripuliti. Dick è Gene sono a mani vuote, ma ripartono. Tina a Cape Town tornerà in strada e poi chissà. A Fiumicino è sera, Gene se ne va. Dickpowell è seduto davanti ai riflessi, osserva lo scintillare dei neon nella notte. Gli fanno male le ferite, si vede che le poltrone dell’aereo non gli sono piaciute. Vuole starsene seduto.
Noise, lo osserva già da un po’, così Dick si gira e la guarda.
“Mai avrei io potuto trovarmi nella quinta generazione di uomini, ma più tosto morire prima o nascere dopo, poiché ora c’è la stirpe del ferro…
… quando i bambini nasceranno con le tempie canute, e il padre non sarà più simile al figlio o i figli al padre, e l’ospite ripudierà chi l’ha ospitato e l’amico l’amico, e il fratello non sarà più caro al fratello, com’era una volta. Offenderanno i genitori appena diventeranno vecchi, li oltraggeranno con parole insolenti, scellerati, incuranti dello sguardo divino, non vorranno nutrire i genitori invecchiati e si faranno giustizia con le loro mani, distruggendosi le città tra loro. Non si renderà onore a chi rispetta i giuramenti, né esisterà più rispetto, il peggiore danneggerà l’uomo migliore con false parole e pronunciando spergiuri. L’odiosa invidia dalla lingua amara, contenta dei mali, accompagnerà tutti gli uomini: …
… e agli uomini resteranno soltanto tristi dolori, e al male non vi sarà più rimedio.“
Il vento tra i miei capelli mi fa capire / Quanto è bello vivere stanotte / E non mi sono sentito così vivo per anni / La luna splende nel cielo / Ricordandomi tantissime altre notti / Ma non come questa notte... (Depeche Mode)
Dal progetto: Il sogno di Isak.
(Frames da “It’s no good – projection tour” di Anton Corbijn, 1997. Foto TV Donato Arcella)
“Anche uno scarabocchio può celare una cosa bella” (Carmen D’Auria)
Carmen condivido tutto quello che dici!
Sono cresciuto con il grunge e la Scuola di Bristol. A Napoli, da ventenne, ero interessato alle nuove leve che, all’interno dei generi prima citati, specialmente nel trip hop, si affermavano nomi importanti sul territorio partenopeo, prendi Almamegretta e 24 grana. Ma anche di venti che attraversavano lo stivale come: Marlene, Bluvertigo e Casino Royale. Narcolexia, facendo ancora il punto su Napoli. Perciò, non seguivo Pino, nonostante a casa non mancasse.
A fine anni 1980 inizio 1990, non so chi, mio padre o mia madre, ma forse proprio io quando mi arrivò lo stereo, cominciò a circolare per casa la musicassetta della EMI di Musicante, sesto ellepì di Pino Daniele e oltre questo avevo amici, che proprio come te, impazzivano per Pino, ricordo Nicola e Salvatore che ascoltavano soltanto lui. Nel 1994, ebbi la fortuna di andare al San Paolo a vedere il concerto Daniele – Jovanotti – Ramazzotti che, a mio avviso, fu un evento spartiacque nella sua carriera, ormai artista pop di ampio respiro.
Lo stesso anno morì Massimo Troisi e al ritornello Tu dimmi quando, quando… si ne carett o’stadio!
Fu un evento spartiacque anche per me, perché, anche se già alternative, fu il mio primo grosso concerto a cui andai ad assistere.
Poi non è soltanto questo, mio padre è sempre stato un Totòfilo e appassionato della canzone classica napoletana oltre Elvis e Celentano. Mia madre, professoressa di Letteratura allo Scientifico, appassionata di Eduardo, mi impose, alla tesina della maturità, il suo teatro e così mi dovetti sciroppare Il sindaco del Rione Sanità,Gli esami non finiscono mai e Le voci di dentro. A casa, quando passavano i film di Totò e le partite del Napoli (il Napoli di Maradona), c’era un silenzio santo e non ti dico, nel periodo di Natale quando in televisione passava Natale in casa Cupiello. La mitologia greca, l’ho imparata con Luciano De Crescenzo, perciò: tradizioni contemporanee.
Non dimenticherò mai quando mio padre e il professor Iuliano, un suo amico docente, parlando del più e del meno, lo facevano spontaneamente alla maniera di Totò con tanto di citazioni cinematografiche. Io così ho imparato i suoi film. Labanda degli onesti con Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia (Cardone) era tassativo, non potevi non conoscerlo.
Ma Nirvana, Smashing Pumpkins e Massive Attack furono più forti! Fu dopo il 2007, ormai trentenne, che cominciai ad affacciarmi in maniera più seria alla figura di Pino Daniele, galeotto fu un concerto a Bagnoli del violinista Lino Cannavacciuolo insieme a Peppe Barra dove cominciai a pormi domande sulla mia città.
La foto che vedi sopra (scattata da Cesare Monti) è nell’artwork di Vai Mo’ del 1981, il mio Lp preferito di Pino, è il manifesto della Neapolitan Power, dove solisti del calibro di Tony Esposito, Rino Zurzolo e compagnia bella compaiono in un’opera unica. Ma la cosa che più mi colpisce è, ancora oggi, che brani come Che te ne fotte, Yes i know my way e Notte che se ne va non sono soltanto composizioni di grande raffinatezza, ma belle canzoni! Quelle che ti accompagnano durante la giornata e che diventano tue per sempre. C’era cuore oltre a tecnica e conoscenza.
“Finalmente ero riuscito a creare una band forte, tutti solisti con alle spalle un passato di contaminazioni musicali… Quest’album per me fu molto importante e diede alla mia musica una nuova direzione” (Pino Daniele)
Proprio questa mattina, su RAI2, Laura Pausini e Riccardo Rossi discutevano sull’importanza innovativa di Pino e sulla sua vasta cultura musicale. Si! Proprio così Carmen, canzoni come I say i’sto ccà e Lazzari felici, Quanno chiove e Suonno d’ajere sono poesie dove inglese, napoletano e blues si incontrano come mai prima nella Storia dell’arte.
Ho avuto modo di ascoltare tutti i suoi album, sono tanti, come tante sono state le sue collaborazioni, ma il periodo dove mi sono voluto soffermare è quel periodo che va dal 1977 al 1984, praticamente da Terra mia a Musicante. Dopo, mi è piaciuto assai Iguana cafè del 2005, molto caraibico. In questi dischi o CD trovo il mio viaggio personale del prima e dell’oggi.
Cara Carmen, Napoli mi manca, io e Rosi non scendiamo da un po’. Intanto ti scrivo questo post. Quando finisci il quadro fammelo vedere, sono curioso e grazie per il video che mi hai postato su wa, mi ha dato coraggio! Infatti, mi sono fatto una bella passeggiata whatsappando proprio con te.
Parole che non esistono, questa è l’originalità! Ma serviranno a qualcosa? Forse agli interessati.
Sai Marì? Ho visto quella soglia, che ogni giorno è tutta davanti a noi. Perciò, perché affannarsi a scegliere una Fender o una Squier? È così importante? Se poi il tuo suono fosse nella seconda?
Fa freddo! Eppure è primavera, non manca nulla: una lettera, un francobollo e uno smartphone.
Uè Marì! Buongiorno.
So molto bene che una lettera scritta a mano ha più valore, ma mi trovo al computer e perciò scrivo qui.
Sono particolari le riflessioni che mi posti su WhatsApp. Profonde, pertinenti, mi aiutano. Sto attraversando un inverno, ma voglio notare anche la primavera. Sono contento di ricordare, non è nostalgia, è memoria. Oggi c’è troppo presente e poco spazio per la memoria, ma nel nostro piccolo credo che ne abbiamo tanta.
Comunque, esiste il presente e questa lettera è scritta in tempo reale.
Non ho 50 anni, ne ho 21 e voglio stupirmi come un ventunenne in cerca di idee. Kay Sage mi piace molto, una pittrice surrealista, diceva che l’ispirazione non esiste, ispirarsi significa ricordare e questa è una lettera surrealista. Mentre ti scrivo mi viene in mente un episodio asceota: tu e un certo Stefano (ricordo che si chiamava così) mi accompagnaste a casa. Io ero sempre alla disperata ricerca di un passaggio. Era tardissimo e Stefano, con la sua Fiat Uno rossa, con un volume stereo sconsideratamente alto, ripeteva a sé stesso di essere magnifico, si fece crescere un becco proprio per esserlo. Un amico di Raffaele.
Pazzi! Completamente pazzi! Ma riuscimmo ad arrivare a destinazione.
Pazzia o meraviglia? Non lo so, ma voglio ritornare lì, a quello stato di cose, nella meraviglia della pazzia perché si può ancora fare sperando che non scoppi una Terza guerra. È un po’ che il Tg mi spaventa.
Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di sé…
C’è un problema. Per affrontare grandi esperienze ci vuole coraggio e non tutti hanno questo strumento. Per me stesso non lo so, ma c’è anche il fatto che se non l’affronti non puoi saperlo. Anche questa riflessione può portarti a quattromila interrogativi, le quali soluzioni ci sono, ma rimangono complesse o anche no, intanto siamo ancora qui a parlarne ed è la parte più divertente.
Basta con le facce nascoste della luna, c’è una buona parte illuminata dal sole. Cohen dice una cosa molto intelligente: “C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce”. Quando l’ho letta credevo fosse di Vincenzo Costantino, poi un amico mi ha detto: – fai attenzione che non è di Cinaski – Comunque, sto cercando di farla mia.
Sai ho scoperto che la carta del docente funziona, addirittura si possono comprare strumenti musicali e infatti, mi sono preso una chitarra, una Classic Vibe della Squier. Qualcuno potrebbe dire: niente di che. Ma la volevo! La voglio portare in classe, ci farò le foto, un personaggio immaginario.
Fa freddo Marì, non ho carne addosso, fa sempre freddo anche in primavera. Questa è una lettera surrealista, niente è più surreale di una lettera. Il bagno è la parte più calda della casa, sono seduto sulla tazza con il plaid. Sto comodo, fuori c’è il sole, ma sento ancora freddo.
“C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce” (Leonard Cohen)
Live in Bologna. 20 gennaio 2024. Teatro Mazzacorati. Quadri Sonori. Ar Duo: Giuliano Romagnesi e Benedetta Cassano. Chitarra, violino e altri strumenti. Proiezioni. Backstage foto.
Un bel pomeriggio di inverno, tra le bellissime aule dell’IC2 (e non scherzo), al secondo piano, nella pausa tra un C.d.C. e l’altro, Giuliano si avvicina e mi chiede: – Donato! Secondo te, quale melodia o armonia potrebbe tradurre l’opera di De Chirico?
Non sono pochi i confronti e le opinioni che scambio con il collega durante le pause didattiche, ma questa mi congelò particolarmente e difatti, per tutto il tempo del Consiglio, rimasi a riflettere proprio come faceva Socrate prima di partecipare ai simposi, dimenticando quasi totalmente l’o.d.g. (inutile dire che il paragone non calza).
Poi giunsi a quello che per me è stata la soluzione. Ma sì!
De Chirico e Savinio, nei primi del Novecento, hanno inventato la Metafisica, non staremo qui a spiegarla perché è difficile, ma è stata una di quelle avanguardie che riprese la figurazione, ribaltandola nel tempo e nello spazio.
Se osservassimo opere come Le muse inquietanti o L’enigma di un pomeriggio d’autunno, ci accorgeremmo che tutto è sospeso. Si congela una presunta assenza che domina l’intera scena, ma in realtà ciò che vive è la dilatazione temporale dell’ordine delle cose dove non c’è più né passato né presente né futuro, ma enigma. C’è silenzio.
Shine On You Crazy Diamond, il brano che i Pink Floyd dedicarono al loro amico Syd, secondo me, è il pezzo che meglio di qualunque traduce in musica i concetti prima espressi, dove quel tappeto sonoro steso da Wright, fa da sfondo alle quattro note della chitarra di David Gilmour, scritte proprio sul silenzio. E se messe a loop, potrebbero durare per sempre.
Quando dissi questa cosa a Giuliano, non so fino a che punto ci capimmo.
Puntualizzo. Non è un caso che Storm Thorgerson, il fotografo delle più grandi cover dei Floyd, non ha mai nascosto la sua ammirazione per Magritte e De Chirico. Basti osservare le copertine di album come Animals e Delicate Sound Of Thunder dove si legge la scuola di questi due pittori dell’immaginario.
Quadri Sonori, il progetto degli Ar Duo, al Mazzacorati, è stato a mio avviso un’ottima combinazione, una ricerca, sulla relazione matrimoniale tra immagini e musica, immagini prese dalla storia dell’arte. Ma la cosa che più mi ha colpito è stato quel concetto di proiezione che non so se l’hanno fatto apposta. Un lavoro difficile, ambizioso e ben riuscito. Non sono un critico musicale, perciò, non starò qui a stendere un commento sulla musica del duo emiliano (chitarre, violino e storia dell’arte fate un po’ voi), vi dico soltanto che quell’idea di sospensione, silenzio e figurazione prima stesa, l’ho ritrovata in questo concerto, anche perla della suggestiva scenografia di un teatro settecentesco che è giunto fino a noi come mamma l’ha fatto. Un capolavoro.
La performance è stata presentata dalla professoressa e critica dell’arte Francesca Grandi.
Uno spettacolo contemporaneo che il pubblico ha saputo apprezzare, una ricerca visibile perché ben narrata, ben suonata, la preparazione dei musicisti era davanti a noi. Uno studio che cerca sempre di andare oltre, perché è inevitabile: chi cerca trova. La cosa difficile è un’altra: è quella di capirla. Ma qui non è più compito degli artisti, ma nostro.