In ogni modo, la radice di tutte le arti è l’uomo...
Non esiste il primo piano di volto, il volto è il primo piano… non sarebbero sufficienti le parole del poeta più ispirato e sensibile per esprimere ciò che esprimeva la mimica di Asta Neilsen quando tentava di truccarsi un’ultima volta il viso… (Balàzs)
Che cos’è il volto? È la rivelazione dello sguardo, lo svelamento del pensiero dove la scrittura, massima espressione del sentimento, è superata. Il volto, lo sguardo, appare in una totalità sospesa dove non esiste parola che possa tener testa e dove ogni commento è fuori luogo. Allora perché sotto quest’idea, questa immagine, sto scrivendo? Forse perché ispirato da una sorpresa, un volto ritrovato per caso tra gli hard disk. Non credo che qui ci sia recitazione né di per sé un’intenzione, ma puro sguardo. Lo sguardo di una donna senza veli che ha deciso di mostrarsi all’obiettivo con la propria verità oppure, se c’è recitazione, è la verità di una donna pericolosa perché troppo sincera, hypokrités, o più vera di quello che si possa pensare tanto da sfociare nell’enigma. Ma non siamo davanti la Monna Lisa. Qui abbiamo lo sguardo vero di una ragazza, un solo occhio che riesce a portarci in un dialogo, un momento di verità, di umanità. Uno sguardo sincero, quel sentimento che illeggibile diventa universale. Una dichiarazione di uomo vs uomo, di donna vs donna, di, io persona verso la persona. Una ragazza che guarda nel vivere sincero delle cose: poesia? Non lo so! Indagine? No! Sentimento di un’ombra che riflette un cosmo, tutto isolato e “scritto” fedelmente, privo di inganno. Un confronto assoluto tra un volto e il proprio sguardo. Una coscienza che vive nella costante crisi del divenire.
“Non c’erano stilisti né lookmaker: chi se li poteva permettere? Ecco perché le immagini degli anni ’60 e ’70 sono così autentiche.” (Mick Rock)
Non ascoltavo i Doors da tanto, poi gli eventi mi hanno portato ad approfondire gli anni 1960 a partire da Warhol ed ecco i Doors. Sto ascoltando Absolutely Live del 1970 e mi accorgo dell’incredibilità sonora di questa band tra poesia, blues e psichedelia. Ora capisco meglio Screaming Trees e Stone Temple Pilots, come della performance dei Doors alla Rock and Roll Hall of Fame nel 1993 con Eddie Vedder. Nei Doors poi c’era tanto jazz. Il Rock non va oltre i ’60, tutto si completa qui, il Progressive lo rovinerà e il punk, dopo un ritorno al do-re-mi che ci voleva, lo renderà oltraggioso. Originalità, spontaneità, semplicità e talento sarà tutto tra la Swinging London e San Francisco.
Pensando a quest’ultima, se posso, mi viene in mente l’ispettore Callaghan, è difficile credere che in una tale giungla, nel quartiere di Haight-Ashbury, c’erano gli hippie, dove abitavano i Grateful Dead e i Jefferson Airplane. Niente! Il mio è il rimando di un uomo europeo nato insieme al punk e che ha imparato questo momento storico attraverso musica, libri e qualche documentario.
Che cosa hanno avuto gli anni ’60? Hanno avuto la Seconda guerra mondiale.
È sera, come ogni sera. Mi sto addormentando. Cominciai a scrivere perché, tredicenne, mi innamorai dei Doors, divenni in qualche modo “cantante”. Ammetto che fu anche il film di Stone, ma quest’ultimo l’ho dimenticato. Con il tempo sono arrivati altri miti, nuovi miti, scomparsi anche loro, ma quella che poi ha contato è stata la musica.
I bar sono qualcosa di eccezionale, isole felici, ci vanno tutti.
Un buon bar è meglio di un ristorante è una cosa libera. Non è difficile fare amicizia in un bar a cominciare dai baristi. Nel bar incontri tutti, c’è tutto il mondo, e se questo è anche pasticceria è il top. La punta di diamante è il caffè, da questo dipende l’intera giornata. Per chi non prende caffè c’è tanto altro, i bar esistono per questo.
I baristi sanno tutto di tutti, mentre consumi al bancone parli dell’impossibile, perciò, la loro riservatezza è impeccabile. Nella foto che vedete sopra, c’è l’artista Domenico Di Caterino al bancone del Bar Mexico di Piazza Dante in Napoli insieme agli addetti ai lavori. Qui si serve caffè Passalacqua insieme a sfogliatelle ricce e frolle, brioche con crema e amarena, cioccolato e babà, ma non finisce qui. Il Passalacqua è venduto in tutte le sue qualità: Alambra, Mehari, Cremador, Mexico, Harem (questi ultimi di qualità arabica al 100%). Un capolavoro! Spero che beviate il caffè senza zucchero. Quando ero a Napoli anch’io frequentavo il Bar Mexico ma non quello del Dante, ma a Napoli Centrale: Piazza Garibaldi.
È certo! Venendo da Casoria con il Caserta, e oggi, da Castellammare con la Circumvesuviana, uscendo dalla Stazione come se volessi andare in Via Carbonara, il primo Passalacqua che incontri è il Mexico. Inutile dire che la Piazza, tra le più grandi di Italia, ha il fior fiore dei bar di qualità oltre ad alberghi, attività commerciali e al principale scalo ferroviario del Mezzogiorno.
Gli addetti del Dante si pongono simpaticamente al primo posto, a mio avviso, se posso, non trovo tanta differenza. A Napoli Centrale c’è la stessa qualità soltanto che, il Mexico di Piazza Garibaldi e più stradaiolo, più vissuto. La gente della Centrale non è da tavolino. Al Dante troviamo Via Toledo, il Convitto Nazionale, la zona universitaria, Port’Alba, il palazzo borbonico del M.A.N.N. e via discorrendo. Piazza Garibaldi, come già detto, è una piazza enorme, poco distante dal Centro Direzionale e che fa da anticamera al Corso Umberto I, una delle vie più importanti e trafficate della città: le stazioni centrali, in quanto tali, hanno altra vita, altra gente, etnie diverse.
Ricordo che, quando lavoravo a Sorrento da FotoAminta nei primi anni del 2000, una volta giunto a Napoli Centrale con il pullman, alle 5:00 del mattino, prima che aprisse il Mexico, mi addormentavo su una panchina insieme agli homeless. Poi, mi svegliavo, facevo colazione e prendevo il regionale per Casoria, nel bar non c’era un solo italiano. Un’altra cosa. Che flash! Ritornando in Via Carbonara, ricordo che da Piazza Garibaldi, imbattendomi in questa per andare al Liceo Artistico, in un vicoletto, mi compravo la pizza a portafoglio da Triunfo, una delle pizzerie più antiche di Napoli e che oggi non c’è più. Ho notato che al Vomero c’è un’eccellente pizzeria con lo stesso nome, ma non credo sia la stessa.
In altri post ho espresso la mia passione per lo stradaiolo, per questo mi definisco un pirata, mi piace andarmene in giro per le grandi città a scattare foto, specialmente quelle che mi piacciono e Napoli Centrale, cioè Piazza Garibaldi, è estremamente stradaiola. Non è un caso che sto scrivendo questo post seduto sul marciapiedi tra tassisti e ferrovieri. Qui confluisce l’intera metropoli, non scappi, se vuoi partire o tornare è un passaggio obbligato.
L’ho vissuta per tutta la vita ed è stata la mia speciale educazione tra i 17 e i 28 anni.
I bar sono bellissimi, alle volte sono delle vere e proprie oasi in mezzo al deserto, li preferisco ai ristoranti. È tradizione comprare un Passalacqua ogni volta che scendo a Napoli. Per motivi di salute non posso bere più caffè, ma lo compro lo stesso, per gli ospiti, al Mexico consumo altro, tanto c’è un sacco di roba.
Sono proprio qui davanti al Mexico, nella Tortuga che mi ha cresciuto, sto ascoltando Aizamm’ na mana di Enzo Avitabile, in questa vacanza mi sono dedicato a Black Tarantella, mi ha colpito il canto di Raiz che caratterizza tutto il brano. Un LP moderno. Scrivo qui, proprio a Tortuga, luogo di ispirazione tra bene, male, zeppole e contemporaneità… sto aspettando la Circumvesuviana, non ci facciamo mancare nulla, neanche i pensieri, per questo ogni tantu nce’ vuole na’ sfogliatella!
Donato Arcella
(L’artista Domenico Di Caterino al Bar Mexico di Piazza Dante in Napoli. Foto dell’autore)
Barocco: il gran teatro delle idee. Forlì. Museo San Domenico. È una mostra stupefacente dove ci sono tutti. Velazquez, Gentileschi, da Varallo, Bonazza, Salvator Rosa non manca nessuno. La mostra che mi conferma il fatto che il Barocco non mi piace e che comunque, gli insegnamenti vanno oltre gusti e preferenze. Capendo che gli eccessi sono cosa antica e che artisti vissuti quasi 400 anni fa già ne facevano uso e abuso, come anche del resto Roma e Babilonia, qui siamo nella modernità, la nostra modernità, la cui contemporaneità non si smentisce. Ciò che lo sfarzo insegna è la linea retorica di cui l’Oggi più che mai ostenta. E che il fare dell’uomo non riesce ad essere armonia, ma maniera finché si appesantisce o si astrae. L’armonia stanca, mentre il capriccio intriga, ma quest’ultimo, poi, giunge al suo punto di non ritorno. Grandezza di questa esposizione è una sezione dove sono esposti artisti del Novecento che si sono confrontati con il Barocco come de Chirico, Adolfo Wildt, Lucio Fontana, Umberto Boccioni, Kokoschka a conferma della grande contaminazione delle Avanguardie che a distanza di un secolo e inescusabile.
Apogeo. Il Rinascimento è stato l’apogeo delle arti visive, il corpo dell’artista diventa olimpico. Se la figura del pensatore ha avuto un ruolo, questo è stato nelle arti.
Il Rinascimento è stato il tempo dei grandi notai, dei grandi signori, dei grandi avvocati, dei grandi banchieri la tavolozza era impregnata di educazione classica, ma sono gli artisti che toccano i vertici massimi esasperando gli occhi di committenti e addetti ai lavori, diventando famosi e rivoluzionari scienziati del pensiero. L’uomo smette di essere carne per diventare pensiero ed ecco che diventa aritmetica, legge, poesia, idea.
L’uomo è pensiero, è la caratteristica che lo differenzia da tutte le cose. L’uomo è sapienza, conoscitore del mondo di cui ne è al centro. L’uomo è ragione, ragion d’essere perché in quanto tale è e per questo diviene. L’uomo è nobile perché creatura di Dio che l’ha creato a sua immagine.
L’Uomo vitruviano di Leonardo è il teorema che definisce il mondo, la Scuola di Atene è il manifesto dell’Umanesimo.
Non esiste affresco più bello, opera di un uomo moderno. Il pensiero giganteggia nel tempio della saggezza, siamo all’Università dove Leonardo ispira idee, Michelangelo è pensieroso e Raffaello ci guarda tra i saggi. Tutto è proiettato lungo le linee prospettiche dell’infinito dove l’occhio non raggiunge perché tanta è la sapienza, tanta è la bellezza e questa non manca perché ideale. Solo qui la saggezza è un dono che ha senso, si completa nell’uomo senza miserie, perché qui l’uomo non adempie alle proprie miserie ma alle proprie virtù perciò – fatti non foste…
Bramante sta insegnando geometria.
Quell’Eden che l’uomo ha perso per egoismo lo ritroviamo qui in un ideale didattico, il cui bel “giardino” è un firmamento di astri nascenti che la storia ci consegna e non si perde, perché dove c’è coscienza c’è luce e il buio intorno non spaventa.
“In Èden scorreva un fiume che irrigava il giardino e da là si divideva in altri quattro fiumi. Il primo si chiama Pìson; è quello che circonda l’intera regione di Avìla, dove si trova l’oro. L’oro di quella regione è buono…” (Genesi)
Donato Arcella
(Scuola di Atene, particolare, cartone di Raffaello Sanzio. 1509)
Non c’è una sola cosa di cui Leonardo non abbia scritto. Un viaggiatore di appunti la cui grafia entrava in mash-up con il disegno. Pensatore, filosofo, inventore e pittore Leonardo è stato un coraggioso indagatore della conoscenza, la cui ricerca ha scrutato il mistero del sapere, le quali intuizioni hanno inventato il mondo.
“Spinto dalla mia insaziabile curiosità, giunsi all’entrata di una grande caverna e subito sentì in me paura e desiderio. Paura per le tenebre intorno a me e desiderio di scoprire le meraviglie che esse celano” (Leonardo)
Non più mechanica ma liberalis, non più liberalis ma kosmos: il sapere del tutto.
Leonardo è stato un pittore che ha fatto pittura, ha fatto ingegneria ma non ha mai fatto l’ingegnere, ha fatto anatomia ma non è mai stato un medico, ha fatto botanica ma non è mai stato uno scienziato. Eppure, ha scoperto la prospettiva aerea. È stato il primo artista visivo a non avere collocazione ma non poteva averla, la sua compiutezza era nell’idea. Il Codice Atlantico è un’opera finita perché è lì che si concentra la sua ricerca e, come Michelangelo confluisce tutto nella Creazione di Adamo, Leonardo ci fa conoscere il mondo attraverso l’Uomo vitruviano: il teorema che summa il tutto:
la proporzione divina che si manifesta nell’uomo immesso nelle figure perfette del cerchio e del quadrato è il progetto di Dio che si manifesta nell’uomo quale proiezione della Sua idea, niente di più completo e rivelatore dove scienza, ricerca e bellezza inizieranno l’arte moderna.
“Infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, perché si comprendono dalle cose che ha fatto. Essi dunque non hanno giustificazioni…” (Romani)
Come definire l’opera di Weiwei, Hirst e Yayoi Kusama? Sono pittori? Installatori, architetti? Sono espositori? Qual è la loro indagine? Sono filosofi? Chi sono? Artisti visivi e sappiamo che è così. Leonardo è stato il primo espositore che ha rivoluzionato l’uomo nella sua definizione di ideatore, il quale non può fissarsi in un “canale”, anzi, forse in nessuno perché è un cosmo, un tutto semplicemente più piccolo.
Nella Scuola di Atene, forse la mia opera preferita, non ci sono pittori né scultori ci sono i pensatori, lo stesso Raffaello si pone tra i saggi. Un noto critico ha ipotizzato che se Leonardo avesse avuto uno smartphone non avrebbe prodotto opere. Forse. Io invece penso che il disegno e la scrittura siano state le peculiarità dell’artista dove l’etica della bellezza, che domina l’intero suo lavoro, non è stata più per il decoro delle committenze ma per l’indagine.
“…il quale dando principio a quella terza maniera che noi vogliamo chiamare la moderna… dette veramente alle sue figure il moto e il fiato…” (Vasari)
Donato Arcella
(Studio per “Adorazione dei magi” di Leonardo da Vinci. 1481)
Se c’è una personalità ctonia, sotterranea, che in Italia ha saputo divulgare musica e non solo, questa persona è Red Ronnie. Ancora oggi è così. Non più in televisione ma sul Web, dove artisti e personalità della cultura vengono invitati al Nuovo Roxy Bar, fregandosene di età e genere, notorietà ed entourage. Ciò che Red insegue è la qualità e chi propone qualità per Red è un artista.
Bologna è la città underground per eccellenza.
Gli scattai questa foto nella stessa Arte Fiera dove beccai Philippe Daverio. Qui Red sembra avere la stessa espressione di Ritratto Trivulzio, compiaciuto, lo sguardo di chi viene da quel basso futuro (tanto per citare Sterling) dove ha dovuto cambiare le regole del gioco e, ancora oggi, lo vedi in rete tra i miti della storia contemporanea insieme a Ezio Guaitamacchi, in un sotterraneo che non abbandona.
Ha comprato la Stratocaster che Hendrix suonò a Woodstock per poi rivenderla senza interessi. Di una cosa rimango perplesso, la sua fede negli alieni.
In rete c’è una bella intervista di Enrico Silvestrin (altro grande divulgatore musicale) che fa a Red Ronnie dove, in qualche modo, vedo quel “passaggio generazionale” sotterraneo di una ricerca che non si perde, ma rimane stabile nella coscienza e nella passione di chi fa bene le cose. I pirati, lupi di mare che non hanno paura dei marosi.
È merito di Ronnie se i giovani stanno conoscendo Bobby Solo, è merito di Silvestrin se sappiamo che l’alternative vive. Come sappiamo che le missioni possono diventare crociate, ma per un bene più grande.
Sto cercando, se è possibile, di portare Silvestrin a scuola, di questo ne parlerò con Alice.
La musica non è morta lo sappiamo tutti, soltanto che non è più privilegiata, è un sottofondo, ce n’è così tanta che non ne capiamo la differenza. Se permettete: Il rock aveva il distorsore, credo che viviamo in tempi troppo violenti per ascoltare rock. Cosa fare allora? Cercare! È questa la soluzione, perché ci insegnano che nell’Ade, c’è ancora tanta roba.
“Un dipinto cinquecentesco che raffiguri Giove in versione nuvola mentre abbraccia la ninfa Io non è simbolista… Se lo stesso Giove appare a un tranviere, il dipinto è simbolista.” (Philippe Daverio)
Philippe Daverio è stato la più grande pop star italiana. Storico dell’arte, critico e personaggio televisivo ci ha accompagnato con quel suo modo di fare che oserei definire vacanziero, nel Grand Tour della nostra modernità, facendoci conoscere stili e tendenze dell’arte, romanzando il mondo attraverso un museo d’invenzione creato per noi nella Storia tra sentimento, discorso analitico e intrattenimento.
La foto che vedete qui sopra è incantevole, ritrae il prof. Daverio al massimo della forma proprio come appariva in programmi come Art.tù e Passepartout, l’ho scattata all’Arte Fiera di Bologna del 2005, proprio all’entrata dei padiglioni che tra questi, poi, mi imbatterò in altrettanti personaggi come Red Ronnie e un giovane Christian Leperino, all’epoca, nascente stella dell’arte contemporanea.
I programmi di Daverio erano imperdibili gemme di ricchezza d’arte, dove spunto e studio non mancavano di contemporaneità sia nell’approccio che nella didattica, in perfetta armonia con quel linguaggio persuasivo, alle volte seduttivo, dove ironia e approfondimento ti facevano riflettere con sorriso e curiosità.
Trasferitomi ad Urbino per cominciare la mia carriera di insegnante, ero ancora fresco dell’esperienza paparazza di FotoAminta; perciò, inseparabile dalle mie fotocamere e, proprio in questi anni, avrò modo di assistere alle lezioni di proff. come Enrico Ghezzi, Vittorio Sgarbi e Aleksandr Sokurov fino ad incontrare, nelle piazze urbinate post live, artisti come Max Gazzè, Piero Pelù e altri: grandi esperienze! Tutte finalizzate al miglioramento della mia passione di insegnante d’Arte.
Il secolo lungo della modernità e Il secolo spezzato delle avanguardie sono due libri di Daverio che negli approfondimenti mi hanno accompagnato per anni, due testi, in particolar modo il secondo, che argomentano i periodi della Storia dell’arte che più amo e che spesso, rileggendoli, mi sono ritrovato nell’illusoria poesia della Belle Époque o in compagnia delle figure dei quadri di Carrà. Per diverso tempo sono stato abbonato ad ArteDossier, il cui direttore è stato proprio Daverio, e dove mi sono innamorato della rubrica Il Museo Immaginario di Alfredo Accatino che da un blog sul Web, esploderà in un’importante pubblicazione come Outsiders che avrà un grande successo, il successo di una storia del Novecento del tutto alternativa.
Poi il magazine ha cambiato direttore e ho capito perché.
Con Philippe Daverio ho cominciato ad innamorarmi non più degli artisti, ma in maniera sempre più peculiare degli scrittori d’arte: Liliana Barroero, Antonio Pinelli, Ottani Cavina, Tony Godfrey, Dorfles… capendo che l’arte non è soltanto pensiero dei poeti, ma anche dei lettori; infatti, è dal matrimonio di questi che abbiamo le idee. Il problema è subentrato quando dall’idea siamo passati al prodotto, ma questa è una causa che lasciamo ad altre competenze.
Ho sempre coltivato l’esercizio della scrittura, è una pratica manuale. Non ho mai avuto di per sé un progetto letterario, forse questo blog, mi piace pensarmi come Pollock in una scrittura d’azione, un fare jazzistico, un dripping, lontano dai grandi automatismi psichici dei “surrealisti“. Sono sempre più convinto che l’idea non è una cosa geniale, una cosa romantica, l’idea è il tuo vissuto personale che ritorna, è la tua concentrazione che, se messa su carta, diventa immagine.