Installazione fotografica di 12 pezzi (30X40).
E’ il racconto di un on the road dove Gennà, un personaggio immaginario, incontra domande, luoghi e persone.
Donato Arcella
Negli spazi del Lolli
Installazione fotografica di 12 pezzi (30X40).
E’ il racconto di un on the road dove Gennà, un personaggio immaginario, incontra domande, luoghi e persone.
Donato Arcella
Installazione fotografica di 12 pezzi (30X40).
E’ il racconto di un on the road dove Gennà, un personaggio immaginario, incontra domande, luoghi e persone.
Donato Arcella
Installazione fotografica di 12 pezzi (30X40).
E’ il racconto di un on the road dove Gennà, un personaggio immaginario, incontra domande, luoghi e persone.
Donato Arcella
Ciao Manu,
in un precedente post ti parlai dei Nirvana, ma ripensandoci, sui Nirvana, effettivamente hanno scritto di tutto. Non che io volessi aggiungere qualcosa, ma riflettendo, il Grunge, che tanto ha contraddistinto quel periodo, oltre ai grandi nomi, c’erano anche quei volti nascosti che hanno contribuito, se non seminato, l’età sonica dei ’90: parlo degli Screaming Trees.
Per certo li conosci. Attenzione! Non ho nessuna intenzione di scrivere una tesi sui Trees, è stata già scritta. Ma semplicemente citarli, perché con il tempo ne ho capito la grandezza.
Il mondo conosceva Mark Lanegan che ha condotto una formidabile carriera solista, ma tempo fa, comprai Ocean of Confusion, un best of degli Screaming Trees 1990 – 1996. Misi il cd e da lì poi ho scoperto capolavori come Sweet Oblivion.
Gli Screaming Trees erano di Ellensburg (Washington) formati da Mark Lanegan, i fratelli Gary Lee e Van Conner e Barrett Martin (quest’ultimo anche batterista dei Mad Season).
I fondatori sono stati i fratelli Conner che erano soliti, negli anni ’70, recarsi con i genitori ai mercatini di quartiere, dove gli ex hippie vendevano a buon prezzo i loro dischi e proprio da questi (con contaminazioni altre) nasce il sound degli Screaming a partire dalla metà degli anni ’80.
Non erano potenti e diretti come i Soundgarden né punk come i Nirvana né avevano quel sound seventies da stadio come i Pearl Jam, il loro sound si rifaceva alla psichedelia anni ’60 accompagnata dalla voce grave e profonda di Lanegan. Anche se melodici non erano di facile ascolto almeno non da primo. Alcune loro canzoni sono formidabili ballate folk, roba dal sapore on the road.
Questo, poi, non lo dico io: scenicamente gli Screaming Trees non erano bellissimi ed in pieno Mtv la cosa non aiutava. Degli outsiders dalla grande vena compositiva, anche se, in quanto immagine, credo che Lanegan non fosse niente male.
Quella che rimane, però, è sempre la musiva!
Apro e chiudo parentesi: Mtv
Mtv sdoganò la video arte. C’è chi afferma che il cinema è un lontano parente del videoclip e forse è vero, ma quella sperimentazione fatta di suoni e immagini, nel secondo Novecento, l’abbiamo con la video arte: il piccolo schermo. Sfido quanti sono cresciuti con Bill Viola e Pipilotti Rist e quanti sono cresciuti con Anton Corbijn, Spike Jonze e compagnia bella. Accendevi il televisore e, in una scatola dove trovavi il Festival di Sanremo, Beautiful, il Maresciallo Rocca e Beverly Hills 90210, per noi “depressi”, scoprivi un canale dove trasmettevano la cultura alternative.
C’è un libro che parla degli Screaming Trees, l’unica biografia ufficiale attualmente in circolazione, l’ha scritto Davide Pansolin, un discografico indie italiano con la collaborazione dei fratelli Conner: Veleno Sottile.
La grande arte non si smentisce, non svanisce, magari rimane sottomarina ma anche no! Infatti, se posso, mi affido a Gillo Dorfles che dice:
“Non esiste, ovviamente, né può esistere una conclusione in una vicenda come quella dell’arte contemporanea; proprio perché è una vicenda ancora fuori dalla storia che si svolge sotto i nostri occhi e che muta con lo stesso nostro mutare. Sarebbe davvero da sprovveduti tentare un bilancio conclusivo o azzardare delle ipotesi per il futuro. Cerchiamo di osservare, invece, con interesse e con obiettività, quanto succede attorno a noi, cercando di individuare quel poco o molto di positivo che il panorama artistico attuale ancora è in grado di offrirci.”
Donato
C’era il Teatro Lolli, il luogo dei mille desideri.
Nell’esperienza e nella passione di Cristina e Giuliana… con Carmine parlavo sempre di Alternative.
Da un finestrone dietro le quinte, quando spostavo la tenda, il sole che batteva tutto il pomeriggio, trasformava l’ambiente in uno scenario metafisico. Anche se di taglio, sembrava di stare nella quiete di Piero della Francesca.
Nessun rumore –
Un piccolo teatro “periferico” pieno di storia e laboratori:
le ombre di Marco Manchisi; il delirium di Tanino De Rosa; la coralità di Randisi e Vetrano; la commedia di Max Buldrini.
Ha visto me, che con la Fender mi dimenavo davanti all’obiettivo e ha visto Luca, che con tanta pazienza mi aiutava con il mixer, ha visto Silvia volare sul palcoscenico, ha visto Paolo che alzava intere scene con un solo braccio.
In una delle tante prove chiesi a Pinkey se volesse suonare la chitarra, un po’ quello che gli pareva (ad ogni musa il suo momento) così, mentre suonava, mi allontanai dal microfono e gli scattai questa foto.
Proprio quel finestrone, quella luce, quel momento inevitabile, in un film di 1/60 di secondo.
Donato Arcella
Dieci anni fa, alla stessa mostra all’Acqua ‘ra maronn di Castellammare, dove parteciparono Carmen e Rossella, oltre ai pittori c’erano anche i fotografi. Scambiai quattro chiacchiere con questo signore. Un fotografo che aveva vissuto la Napoli di Jodice e Donato, che aveva vissuto il bianco e nero della pellicola e delle reflex manuali, quelle indistruttibili. Infatti, ricordo che parlava del digitale con non troppa simpatia. Mi disse che aveva collaborato con diversi fotografi partenopei che già all’epoca erano nomi.
Purtroppo, non ricordo in nome di questo fotografo, ma ha un volto! La grandezza della fotografia sta proprio nel suo atto registrativo il quale non mente. Comunque. Casomai lo riconosceste, vi prego, scrivetemi in Lascia un commento.
Grazie
Donato Arcella
Lu munaciello era figlio di Stefano Mariconda e Caterina Frezza, è stata una grave storia di bullismo accaduta a Napoli, al tempo di Alfonso V D’Aragona.
Catarinella era una bella ragazza, figlia di un mercante di panni, si innamorò di Stefano, un giovane garzone, il quale ricambiava questo amore. Ma al papà di Caterina la cosa non piaceva, perciò, questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai. Allora Stefano e Catarinella cominciano a vedersi di nascosto. Quasi ogni sera, Stefano, saltella i tetti di Napoli per giungere sul terrazzino dell’amata. Ma i Frezza lo scoprono, che dallo sdegno, scaraventano il povero Stefano in basso lasciandolo senza vita.
Caterina fuggì di casa pazza dal dolore, fu ricoverata in un monastero di monachelle lontana da tutto e tutti. Gli incontri tra Stefano e Caterina erano espressioni d’amore, perciò, Catarinella rimase incinta. Quando giunse il tempo dette alla luce un maschio.
Non ho trovato il nome di questo figlio eppure, conosciamo il padre e la madre, e siccome amiamo la fantasia, mi sono permesso di dargli un nome. Nato in un convento e frutto di un amore infranto, visto che il patrono di Napoli è san Gennaro, possiamo pensare che la povera Caterina, per buon augurio, gli abbia dato proprio il nome del santo: Gennareniello Mariconda.
Gennareniello era piccino, pallido e dagli occhi sgomentati, era nano. Testa e occhi grandi. Mamma Caterina gli cuce a regola d’arte una tonaca con cappuccio stile domenicano. Gennaro è amato da mamma Caterina e dalle monache, ma tra le strade di Napoli appare strano. Gliene dicono di ogni, lo cacciano, lo ingiuriano e gli fanno sgarbi. Fa paura. Lo chiamano: ‘o munaciello.
Gennareniello se la prende, torna a casa da mamma Caterina triste e melanconico, così lei se lo prende e per calmarlo, insieme, recitano le orazioni. Ma la voce si è sparsa, lu munaciello dagli occhi grandi e inquieti è il figlio di Catarinella e questa cosa ai Frezza non piace. Il tempo passa e mamma Caterina muore, non può più consolare Gennareniello. A Napoli lu munaciello non piace e un bel giorno scompare.
Le cronache riportano che poco tempo dopo, furono ritrovate certe ossa piccine e un teschio grande e chissà, se proprio i Frezza, morta Caterina, hanno voluto estinguere la vergogna di Stefano e di suo figlio Gennaro.
Ma la colpa è grande e questo il popolo lo sa: qual era la colpa di Gennareniello e quale la colpa di Stefano e Catarinella? Così cominciano a vedere lu munaciello un po’ ovunque, ma non nei quartieri illuminati dal sole e baciati dalla brezza, ma per i vicoli, per le tetre vie dove il mare non bagna Napoli.
“Questa borghesia che non conosce se stessa, quadrata, piatta, scialba, grassa, pesante, gonfia di vanità, gonfia di nullaggine; questa borghesia che non ha, non può avere, non avrà mai il dono celeste della fantasia, ha il suo folletto.” (M.Serao)
I fantasmi non esistono, esistono i rimorsi, questi mordono a tal punto da farti avere le visioni e così, vedi Gennareniello che ti fa i dispetti, Gennareniello che ti compare in piena notte, Gennareniello che ti spinge per le scale, lu munaciello che ti porta i soldi perché gli sei simpatico, ma effettivamente, da copione, non è che i fantasmi, i demoni, siamo noi?
E allora il piccolo Gennareniello lo voglio immaginare così, ritratto da Antonio Mancini, felice e scugnizzo nella sua tonaca di prevetariello, con gli occhi vivi di chi sta imparando in fretta, magari fermo, con difficoltà, davanti al pittore, con accanto Stefano e Catarinella.
Donato Arcella
Discorso contemporaneo –
Così, Ulisse, attraverso Euriclea ed Argo, smette di essere un guerriero o l’eroe che conosciamo, e comincia a camminare nel mondo degli umani, perché gli uomini sono umili, non sono fatti per tutte queste pene. Sono troppe e niente torna, perché tutto muore. Infatti, Dio, a chi vuole dare la Terra? Agli umili, agli uomini, non agli eroi. E non per un giorno, ma per sempre.
Donato Arcella
Oggi Nello è uno chef esperto, quasi quarantenne, ha una sua attività a Napoli dove conduce una ricerca culinaria molto apprezzata. Ma prima di questo è stato uno dei più grandi video performer dei primi anni 2000. Versatile, veloce, intuitivo e fotogenico senza di lui non credo che avremmo realizzato quei pochi video in miniDV. Video che ci hanno portato belle soddisfazioni a fest come Archeo Doc Fest e O’Curt. Le ragazze lo amavano. Alcune intuizioni registiche sono state suggerite proprio da lui. Pianista, chitarrista e cantante ha sempre avuto una mega cultura musicale e già da giovanissimo: una grande passione per la cucina. Un creativo. Non era poi soltanto Nello, ero legato anche a don Antonio e famiglia, praticamente stavo sempre a casa sua, poi, ognuno ha preso la propria strada. Qualche anno fa sono stato a mangiare al suo ristorante, sia io che Rosy, siamo rimasti contentissimi!!! Ci ritorneremo.
A quell’altezza, dalla città, si vere tutto o’cyberpunk!
Donato Arcella
Se esiste un film che ha descritto per certo il medioevo ellenico, è l’Edipo re di Pasolini.
Il tempo descritto nel mito, probabilmente, si riferisce alla prima metà di un periodo che intercorre tra il crollo della civiltà micenea e IX secolo a.C., le uniche informazioni di questo tempo, non sono di cronisti, ma di poeti in età arcaica. Nessuno poteva stabilire la durata della così detta età buia.
Il mondo epico di Agamennone e Ulisse è ambientato in un mondo in cui, nella Grecia che conosciamo, si perse la scrittura, le guerre tribali erano croniche e i re facevano a gara a chi aveva il gregge più grande.
“Non c’era apparato burocratico, né alcun sistema ufficiale di leggi e nessun sistema costituzionale. L’equilibrio del potere era delicatissimo.” (M. Finley)
Il sistema religioso era fatto di oracoli e riti magici.
C’era il palazzo del re e una netta distinzione tra nobili e non nobili, dove non mancavano cerimonie e esercizi di potere, ma al di sopra e al di sotto di questa linea, le condizioni sociali erano incerte.
Tra le schiere achee non tutti avevano l’armatura.
Il mondo dei grandi miti greci era letteralmente, e non simbolicamente, il far west! Un mondo dove ti potevi affidare alla sola autorità del “re/pecoraio” o agli dèi, che nel mito, sono descritti come volubili, prepotenti e violenti e, se proiezioni di quel tempo, anche analfabeti.
Eppure, alcuni di questi racconti parlano di labirinti e grandi architetti, un chiaro riferimento ad una civiltà preellenica di cui l’archeologia sta facendo sempre più luce e che, a detta di Gombrich, influenzò anche l’Egitto. Platone, memore di una catastrofe non ignota agli antichi, Thera, si ispirò a narrare l’ideale di una città immaginaria.
Donato Arcella