Cyber

La scrittura dei romanzi cyberpunk è sovraccarica, è un tipo di scrittura che deve rappresentare quel sovraccarico sensoriale che gli hacker, i cyberpunk, vivono nella rete. Perciò non è una narrativa di facile lettura, ma un’esperienza urbana, megalopolitana, un pastice di sentimenti e caos che determina paranoie e visioni noir. È una trasformazione non un viaggio, dove la città è fondamentale e dove il corpo si abbandona ad un cervello psichedelico. Non ci sono più le droghe ma le dipendenze dei collegamenti caricati dal SimStim*.

Cyber sta per cibernetico, ma viene anche da una radice greca, kiber, κυβερντης, che significa timone. L’hacker è un timoniere, una persona che ti conduce a sé, uno stalker nell’ambiente del cyberspazio.

“Il cyberspazio è una “allucinazione consensuale”, una esperienza governata dal computer e a volte fatale che esiste all’interno della mente umana… nessun tecnico ha mai davvero costruito una tecnologia simile, che forse non esisterà mai.” (Bruce Sterling)

Non è postumanesimo o meglio postumanità, ma fantascienza nel senso più overdrive del termine. Andare in giro per la città e registrare immagini con il proprio smartphone e poi postare tutto sui social, collegarsi a Google Maps perché ti sei perso in un quartiere malfamato o perdere quello stesso smart sul treno e cadere totalmente in panico perché paranoico: è un atteggiamento cyberpunk. Ma è anche la grandezza di costruirsi e gestire la propria rete con i mezzi della contemporaneità.

È fantascienza, perché quello che raccontavano William Gibson, Bruce Sterling, Pat Cadigan e tutti quelli della Mirrorshades generation è un po’ meno pastice di ciò che stiamo vivendo.

È fantascienza, perché proprio questi scrittori, forse, hanno previsto le radicali dipendenze dell’oggi che formano le nuove generazioni: collegamenti, social, messaggi e hardcore.

Peccato!

In quanto smartmakers avremmo la sostanziale possibilità di poter essere tutti registi, comunicatori e turisti invece viviamo in confusione, in un sovraccarico di stimoli che non distinguiamo fino all’esaurimento. Una carica di immagini non più distinguibili, per questo, scarti: emozioni che se ne vanno.

Donato Arcella

*(SimStim: una tecnologia che registra e trasmette le esperienze e gli input sensoriali di una persona per condividerli)

L’arte tra il Settecento e l’Ottocento

Unità didattica sul Neoclassicismo e il Romanticismo. Cattedra di Arte e Immagine.

(Opera di Felice Giani)

Made in Italy

“…si andava in spiaggia, c’era sempre qualcuno con la chitarra. Ci si sedeva in cerchio e si cantava, spesso tutti insieme. Bene, chi era arrivato con la chitarra raramente andava via da solo.” (M. Cotto)

Nella storia del rock made in Italy due sono stati i decenni formidabili: i primi Anni 1970 con il Progressive e gli Anni 1990 con l’alternative. Di quest’ultimo ne stenderò un commento.

È inutile far risalire le origini attraverso fastidiosi e intricati collegamenti, tutto comincia con lo scoppio del grunge. I concerti al Bloom di Mezzago e al Kryptonite di Baricella, fecero da spartiacque.

I Novanta li ho ribattezzati “Età sonica”, non so se questa espressione è mia, forse sì, per certo “le chitarre elettriche erano ovunque“: Marlene Kuntz, C.S.I., Timoria, Ritmo Tribale, Üstmamò, Afterhours, Amici di Roland, Litfiba, 99 Posse, Almamegretta, Bluvertigo, Subsonica, Carmen Consoli e tantissimi altri affollavano centri sociali, classifiche, trasmissioni generaliste, Videomusic e Mtv. Le derivazioni erano evidenti (il noise dei Marlene, le citazioni Spandau dei Bluvertigo), ma tutto era captato e prodotto con grande originalità. Nessuna delle band ha mai nascosto la propria genesi.

Catartica, Viaggio senza vento, Microchip emozionale, Animamigrante e Tabula Rasa Elettrificata ti lasciavano nello sgomento.

I garage erano affollatissimi, Morgan era invitato a Quelli del Calcio e un festival conservatore come Sanremo lanciava Carmen Consoli con la sua Telecaster. Le star contemporanee, finalmente, non erano più soltanto straniere, ma anche nostrane perciò vissute alla prima ora del giorno.

Mtv Italia forgiava miti attraverso Victoria Cabello, Enrico Silvestrin, Andrea Pezzi e Paola Maugeri, questi veejay erano star come i musicisti. Il tubo catodico, su reteA (storia ante Web), ci faceva vedere la controcultura. Le generazioni facevano Agorà scambiandosi idee, demo tape e CD. Poi, non c’erano soltanto le band, riemergevano in ogni luogo dello stivale i Merry Pranksters: comitive di amici, uniti semplicemente dall’ascolto e l’estetica dei musicisti. Veri e propri Collettivi.

Gli incontri non erano settari, ma spontanei, il dialogo passava da una band all’altra, da una canzone all’altra, da un videoclip all’altro. Sonic, Hot, Select e Brand:New erano seguitissimi, le ultime uscite erano della massima attenzione! Sgomento per Karma Police, sgomento per Forma e Sostanza. La cultura DIY forgiava i fanzinari: le fotocopie facevano informazione. Emergeva la Scuola di Bristol, la scena in cui è cresciuto Banksy. In Karmacoma, Robert Del Naja, estromise Tricky per Raiz rivoluzionando e internazionalizzando i suoni del Mediterraneo.

(Ricordo che Wong Kar-way usò la versione cinese di questo brano per un suo noir).

Mi innamorai dei Litfiba, li avevo sempre associati agli anni ’80, Mondi Sommersi lo ascolto ancora oggi. I Timoria, con Sole Spento, descrissero al meglio la generazione X targato Italia chiudendo il secolo.

In precedenti post ho già parlato di questo argomento e in rete se ne parla alla grande anche in maniera più specifica approfondendo band ed ellepì. C’è qualche vj che lo disprezza: opinioni che personali.

Ma perché un ulteriore commento di un decennio esploso la bellezza di 30 anni fa? A cosa serve? È Storia! Nel mio piccolo sto facendo ricerca: un’unità didattica, “un’unità di produzione“. Poi. Si! Un po’ di nostalgia, infatti parlandone mi dà quiete.

Non sono un giovane e, ricercando ascolti (non mi sono fermato), non trovo un eguale livello. Ho l’orecchio viziato? Pregiudizi? Non lo so. Per certo non sono il primo a lamentare un abbassamento di grado, ma non stiamo qui a giudicare, i Savana Funk, ad esempio, sono bravissimi.

La cultura è una cosa gravosamente personale (l’ho già detto), perciò, ogni ascolto ed ogni suono è un linguaggio che deve essere vissuto nella propria esperienza e non per forza nel paragone anche se, è inevitabile, in quanto tale quell’età si sospende in un sovrappensiero.

Donato Arcella

(Omar Pedrini al MEI di Faenza del 2023. Foto dell’autore)

L’arte contemporanea

Didattica sull’arte contemporanea: dalla Scuola di New York alla globalizzazione.

“Non sono un pittore, né un poeta, né uno sportivo, né un cineasta, né un filosofo, ma un espositore.”  (Arnulf Rainer)

Donato Arcella

Street art

Didattica – Secondaria di primo grado. Laboratorio di Street art: dalle origini alla Trip art.

“L’arte non si può esprimere a parole, l’arte deve essere sentita.” (Shamsia Hassani)

Ulteriori accorgimenti:

La “Trip art“di Gianluca Lerici e Gennaro Cilento, anche se non esposta sui muri, è un’arte radicalmente metropolitana e la Street art è metropoli! Nei fumetti di Lerici, come nei quadri di Cilento, abbiamo tutto quello che possiamo trovare nella cultura pop, nel graffitismo, nella musica contemporanea e nei media. Se la Street art è un’arte metropolitana, alla stessa maniera è l’arte di Cilento e Lerici e, se la Città è il senso della loro opera, in quanto tale, è stradaiola. Il discorso fantascientifico (spesso di stampo cyberpunk in tutte le sue evoluzioni e varianti contemporanee) caratterizza il complesso e intricato mondo dei due artisti. La Street art è un’arte mescolata, un pastice, Lerici e Cilento, nella loro ricerca hanno, forse, evoluto ulteriormente se non definitivamente questa analisi.

Donato Arcella

La storia del Rock

“Insegno Arte e Immagine nella Secondaria di primo grado. Quando sono in classe non mi piace limitarmi al programma, mi piace spaziare tra gli argomenti e un bel giorno, spontaneamente, emerse un dibattito su quale periodo storico fossero vissuti i Beatles. Non è stato facile. La presente ricerca nasce come unità didattica per chiarire ai ragazzi, il contesto storico in cui hanno operato i Fab Four, ma anche di spiegare cosa sia stata la Storia del Rock nei suoi primi venti anni di vita, un incredibile periodo che ha determinato la nostra modernità.“

Donato Arcella

Nessun rumore

C’era il Teatro Lolli, il luogo dei mille desideri.

Nell’esperienza e nella passione di Cristina e Giuliana… con Carmine parlavo sempre di Alternative.

Da un finestrone dietro le quinte, quando spostavo la tenda, il sole che batteva tutto il pomeriggio, trasformava l’ambiente in uno scenario metafisico. Anche se di taglio, sembrava di stare nella quiete di Piero della Francesca.

Nessun rumore –

Un piccolo teatro “periferico” pieno di storia e laboratori:

le ombre di Marco Manchisi; il delirium di Tanino De Rosa; la coralità di Randisi e Vetrano; la commedia di Max Buldrini.

Ha visto me, che con la Fender mi dimenavo davanti all’obiettivo e ha visto Luca, che con tanta pazienza mi aiutava con il mixer, ha visto Silvia volare sul palcoscenico, ha visto Paolo che alzava intere scene con un solo braccio.

In una delle tante prove chiesi a Pinkey se volesse suonare la chitarra, un po’ quello che gli pareva (ad ogni musa il suo momento) così, mentre suonava, mi allontanai dal microfono e gli scattai questa foto.

Proprio quel finestrone, quella luce, quel momento inevitabile, in un film di 1/60 di secondo.

Donato Arcella