Discorso contemporaneo
Linea esterna
La linea esterna è un binario, la cui origine, è fuori dalle alte frequentazioni. È una linea metropolitana che in quanto tale raggiunge il Centro, ma è periferica. La devi conoscere. Esiste in tutte le stazioni.
“Pinkey è sola e in quella zona non ci resta più”
Sono sempre stato un fenderista, ne esistono tante: Jazzmaster, Telecaster, Esquire come anche quelle cinesi. Ma avendo scoperto che in power chord niente è impossibile, l’unico suono che veramente ha fatto la Storia è quello della Fender Stratocaster. Comunque, ciò che voglio raccontarvi è la storia di un’altra chitarra e di una canzone.
Era da un po’ che cercavo una chitarra folk, quella chitarra che ti porti ovunque, niente di costoso, ma una cosa buona, anche per qualche registrazione. Così, cercando in lungo e largo e provando più chitarre, in nessuna di queste riuscivo a trovare quel “dialogo” che mi facesse esclamare: è lei!
Sulla Via Emilia, c’era un negozio di strumenti musicale gestito da una coppia avanti negli anni, volevano chiudere (anche per via del Covid) e, svendendo tutto alla metà del prezzo, cominciavano ad incuriosirmi. Mi era capitato qualche tempo prima di entrare in questa attività, oltre agli strumenti trovavi anche libri, spartiti e accessori. Ho trovato gli spartiti di Siamese Dream che erano su quegli scaffali da 30 anni e ancora, il tipo, assai simpatico, avendo preso una serie di Squier Bullet che vendeva ad un prezzo stracciatissimo, mi convinse a provarle e alla fine me ne uscì dal negozio con una Telecaster sunburst e una Stratocaster viola.
Poi vidi lei.
Una bella mattina di dicembre (sole zero, venticello freddo e umidità) mi fermai d’avanti alla vetrina, entrai, vedendola abbandonata su un espositore tra gli amplificatori, chiesi di provarla. Una Sigma, vecchio modello, ma nuova. Piena di polvere, come toccai la meccanica, saltarono tutte le corde, il ponte era troppo alto e, preamplificata, attaccandola ad un Marshall, faceva peti di ogni genere. La rimisi a posto, ringraziai e me ne andai.
Durante la settimana, per una cosa e l’altra, passavo spesso di lì, soffermandomi su quella Sigma. Era sola, nuda e scoperta come l’avevo lasciata. Mi guardava innamorata, così, un bel giorno mi convinsi, entrai e la comprai.
Poco lontano c’è la liuteria di Fabio, gran bella Officina, come gliela mostrai, così combinata, si commosse. Mi disse – Lasciamela, torna tra una settimana – Giunto il tempo me la mostrò e la vidi finalmente Donna. Abbassò il ponte, regolò la meccanica, cambiò il capotasto e la tirò a lucido. Sostituì quell’elettronica fetente con un pickup della Fishman applicato al rosone della cassa armonica. La provai e così era lei! La Martin dei Nirvana agli Mtv Unplugged di New York nel ‘93, ha fatto la storia dell’ultimo Novecento, non tanto per il suono, ma per l’estetica. Fabio, quella Sigma, la rese proprio così.
Ora. Ho un pugno di canzoni e una chitarra folk. Ho contattato Luca per una sessione di registrazione, ma mi manca qualcosa. I songwriters sono tali perché dentro hanno la strada. Chi è un songwriter? È colui che prende la chitarra, scende in strada e canta, per questo le loro registrazioni sono vere. Io non ho mai avuto il coraggio di fare questa cosa. Ho fatto qualche live insieme ad una band, ho suonato a casa di amici, ma, solo contro tutti mai. Sulla linea metropolitana ho notato che la stazione di Imola ha tre binari. Sul primo e il secondo passa il Piacenza – Ancona, perciò linee ad alta frequentazione, sul terzo non ho capito e, più avanti, proseguendo il primo, c’è un quarto binario, un terminale, il primo Ovest. Questo, partendo da Imola, tocca quelle stazioni periferiche che l’Ancona-Piacenza non tocca e, morendo a Bologna, in quanto linea, ha vita propria.
Visto che sto trovando il mio spirito on the road, la mia spontaneità, perché non cominciamo ad affrontare il mondo proprio su questo treno?
Dicembre. Regionale delle 17:30.
Manca poco alla partenza, sono all’hundertwasser della stazione. L’Hundert è un bar di Zurigo frequentato da soli espatriati, un po’ come il Rick’s Cafè di Casablanca o il Chat. I bar delle stazioni, come quelli degli autogrill, sono luoghi di transito, consumi con la sola consapevolezza che devi partire, incontri l’impossibile, gente che non hai mai visto e che mai più incontrerai.
Faccio il biglietto, mi sparo uno snack ed entro nel treno. Parte il treno, fuori è buio, il bianco interno del regionale sembra il K test di 2049. Cerco di mantenere la calma. Le carrozze non sono tante, ma devo rompere il ghiaccio. Caccio la chitarra, entro nella prima carrozza e comincio. Per non essere frainteso, sulla cassa armonica sotto il ponte ho posto un biglietto con scritto: non si accettano soldi, ma ascolti.
Comincio con il primo brano, poi il secondo ed ora sto eseguendo il terzo. Wow! Non mi fila nessuno. Niente di più sublime! Credetemi: c’era chi dormiva, chi mi trapassava con lo sguardo, chi era immerso nello smart e chi prendeva gocce di qualcosa*. Nonostante incalzassi sulla chitarra, ero del tutto invisibile e, preso da questo lieto snobismo, finalmente mi sentivo un songwriter! Carrozza successiva.
*Come tutti i farmaci, anche lo Xanoi può causare effetti indesiderati in alcuni pazienti. Alcuni effetti possono essere comuni: depressione, sedazione, sonnolenza, perdita della coordinazione motoria, disturbi di memoria e della parola, capogiri, mal di testa, stitichezza, bocca asciutta, affaticamento e irritabilità.
Nel passaggio tra una carrozza e l’altra mi ferma il Capotreno. Il signore, con tono semi alterato mi dice – Cosa sta facendo? – gli rispondo – Buonasera! Non sto mendicando, semplicemente sto cantando le mie canzoni. – ancora mi dice – Lei lo sa che sul treno non si può suonare? – gli rispondo – Mi perdoni, le assicuro che non sono in cattiva fede – lui ancora – Guardi, i passeggeri sono infastiditi dalla sua esibizione! – mi giro e, notando l’espressione non eloquente del mio pubblico, deduco che i criteri del Capotreno sono alquanto discutibili. Comincia una discussione che va avanti, finché, arrivati a San Lazzaro, il pubblico ufficiale mi invita a scendere. Io, con tono fermo ma gentile, gli faccio notare che ho il biglietto, ma niente da fare, scendo a San Lazzaro.
Dicembre, sono quasi le 19:00. Sole zero, venticello freddo e umidità.
Sto vedendo il 2049 che riparte senza di me.
San Lazzaro di Savena è una fermata metropolitana, è un piccolo labirinto fatto di ferro e neon. È una stazione immersa nel buio. Non c’è nessuno. Ora, a San Lazzaro non ho mai sentito niente, ma ubicata in quel silenzio metafisico può tranquillamente essere a prova di stupro. Comunque. Per ritornare da dove sono partito, l’unica soluzione è il Piacenza-Ancona. Ci sono delle panchine, mi siedo e, ancora intossicato, prendo la chitarra e in mi power, comincio un groove che, totalmente immerso nei neon, porto avanti per almeno mezz’ora. È un groove pedante, forse un blues, mi dà l’impressione di un treno che stenta a partire ma che poi pian piano prende i giri. E con questo groove, oltre ad intuire una possibile melodia, riempio quel silenzio così strano che tanto caratterizza la fermata di San Lazzaro. In quella ragion d’essere giunge il Piacenza-Ancona. Salgo, chiudo la chitarra, cerco il Capotreno, faccio il biglietto, mi siedo e arrivo a destinazione.
Il bar della stazione è ancora aperto.
Buonasera, gradirei un bicchiere d’acqua e un caffè – la barista dal taglio viola, molto gentilmente –Mi scusi, ma vuole un caffè a quest’ora? – gli rispondo – Certo! Voglio un caffè a quest’ora! – la barista molto gentilmente – Gradisce qualcos’altro signore? – gli rispondo – No grazie! – Bevo il bicchiere, bevo il caffè, pago e me ne vado. Ce l’hanno tutti con me!
Ritorno sul binario, non c’è nessuno, mi siedo sulla panchina sotto al monitor, riprendo la chitarra e su quel giro in mi power, scena dopo scena, mi appare il racconto di questa fantastica avventura.
Una nuova canzone.
Ci sono quattro binari. Il primo e il secondo sono ad alta frequentazione, il terzo non l’ho capito e, proseguendo, mi accorgo che sul primo c’è un terminale, un binario Ovest. Questa linea non attraversa le conurbazioni, tocca fermate che gli altri treni non toccano, è una linea rara, la devi conoscere, non è frequentata da tutti è periferica, un modo alternativo per giungere a destinazione. Nel cuore della notte le luci sono lontane, il groove di mezzanotte riempie il vuoto, una piccola prova dove ho avuto il piacere di guardare in faccia i miei compagni di viaggio. Nessuna fuga. Soltanto una visione alternativa. È una Linea che costeggia il mare. Quando c’è sole le carrozze diventano blu, quando c’è tempesta è come se attraversassero le onde: “una piccola pianura pulita già dal vento, poco distante, dalla Linea esterna.”
Donato Arcella
Mythos
Medea –
Stefania Marinaccio. Regia di Cristina Gallingani. Teatro Lolli. Imola 2017.
Foto di scena Donato Arcella.
Pluton Day
Frammenti – 08/02/2010
Questi erano i Pluton Day, non ho mai saputo il perché di questo nome, facevano cover di un periodo molto preciso della storia del rock: i woodstockiani. Erano giovanissimi! Ricordo Nicolò, voce e armonica, Luigi alla batteria e una cantante che eseguiva Piece of my Heart di Janis Joplin niente male. Il fenderista era un ragazzo biondo di cui non ricordo il nome che lasciò la band, forse, per un progetto Erasmus. Provavano in una casa sperduta di Calcinelli, nel pesarese. Avevano fatto una bella ricerca, nella zona erano gli unici, penso che dovessero prendere le cose un po’ più sul serio, nonostante questo giravano; infatti, non vedevo l’ora di assistere ad un loro live. Attraverso loro e i Vinileviola ricominciai a scrivere canzoni. Ricordo che Nicolò lesse Life di Keith Richards che uscì proprio in quel periodo, lo trovai molto gasato. Con Luigi il discorso d’arte era più ampio, infatti, per un periodo fu il batterista dei progetti di Mario e mi diede una bella mano per un video. All’epoca ero azzeccato per i video. Maledetti video! Furono Luigi e Nicolò a farmi conoscere Luca, il fonico di Fano che dal 2018 mi aiuta a registrare le mie piccole canzoni e che, forse, produrrà il secondo singolo del progetto Negli spazi del Lolli dove Luigi, spero, sarà il batterista.
Frammenti di piccole grandi storie, storie rock, storie di un genere non più assoluto. Ma certo! Le musiche sono tante, perciò tante sono le storie. Come i ricordi: le ispirazioni che non finiscono.
Donato Arcella
Noise
Nanni… stai dormendo? – Si sto dormendo! – E perché? – Perché ho sonno Bicio! -Nanni! -Cosa vuoi? – Tra 10’ arriveremo in albergo ti addormenti? – Perché devo chiedere a qualcuno se devo dormire? Ma guarda a chistu! Bicio, sono le 3 di notte non hai sonno? Stanno dormendo tutti! – Rossella e Tripart non stanno dormendo – Rossella e Trip fanno i roadie, stanno portando la macchina, sono pagati dalla Label per non dormire. -Nanni! – Bicio, cosa vuoi? – Non ho sonno! -E che devo fare?- Ho scritto una nuova canzone. – Non puoi farmela sentire domani mattina dopo colazione? – Si! Ma non voglio farti sentire la canzone, te ne voglio parlare. Ehi Trip!!! Quanto manca per l’albergo? – Manca ancora mezz’ora. -Mezz’ora? Perché mezz’ora? – Perché è quello sull’autogrill lungo la statale, non abbiamo potuto prenderlo in città? –Wow! Perciò non c’è colazione!-. – L’andate a fare al bar dell’autogrill-. Nanni, stai dormendo?- No! Allora – Cosa dice la canzone? –
È la storia di Noise, ha i capelli lisci e castani, ama fuggire dalle folle. È bellissima! Può tutto. Ma non sa cosa gli piace è indecisa. Si sente fuori luogo. È notturna, parla da sola, è sempre alla ricerca di qualcosa. Ma è bellissima! Ha il passo veloce. Ricorda spesso il suo passato, ha circa 30 anni. Non ha paura di affrontarti. Ha un bel sorriso con i denti grandi. Gli piace la luce dei neon, veste di jeans neri e superstar. Corre, ma in pericolo perché è sempre sola. È nel cuore della notte. Aspetta l’alba. Dorme sola negli alberghi, non vuole vedere nessuno. Non vuole impazzire. C’è chi chiede di Noise, ma lei non risponde, vorrebbe morire dentro, ma cammina avanti agli altri, non guarda indietro, ha gli occhi castani. Canta fino al pianto. Potrebbe rubare il cuore di qualsiasi uomo, ma non lo farebbe mai, le donne la temono. Ha paura del treno, per questo rimane sempre in città. È bellissima, sorride sempre, ma si allontana più in là nel cuore della notte. Ti guarda in faccia, è silenziosa. Ha pazienza, gli piace lo spettacolo, corre dove non c’è nessuno, guarda un sacco di film. Fugge da qualcosa, non per forza è un trauma. Finché stanca si ferma e vede l’alba.
Donato
La nuova generazione
Una Babele collettiva, una lettura duplice.
Una dedica.
Non sono state poche le volte quando ci mettevamo in macchina per andare a Caserta. Avevamo i parenti. Qualcuno è ancora lì.
Caserta non mi piace, ma ricordo quando da studente d’arte, con il Via Aversa, da Casoria, raggiungevo i giardini vanvitelliani e con un album e una koh-i-noor 4B, facevo pratica ritraendo i tempietti neoclassici nel parco della Reggia. In quelle fantasie accademiche che tanto mi erano care, non spessissimo, mi recavo a casa di zia Maria e zio Giovanni: il pittore campano Giovanni Valdelli.
Le arti visive del secondo Novecento sono state concettuali, ma la pittura, quella vera, non è mai morta. Usellini, Foppiani, Gnoli, Cacace e Pisani non hanno mai smesso di dipingere e tra loro, in quell’Italia a cavallo tra la televisione e il web, abbiamo avuto Valdelli.
Giovanni Valdelli è stato tra i più innovativi allievi di Emilio Notte, fratellone di mia madre, la prof. Valdella, era il primo genito di Antonio Edmondo e Antonia Di Caprio. Classe 1925 e padre di quattro figli, è scomparso una decina di anni fa.
Valdelli vs Valdella. Mi hanno detto che è stato un errore di trascrizione al comune di Dugenta (BN).
Alto, magro e con un naso lievemente dantesco di cui è sempre andato fiero, in gioventù è stato tra quelli che, insieme al padre e forse zio Michele, scappavano sui tetti per non farsi beccare dai tedeschi. E di quando, a casa, mentre parlava di Persico, mi raccontò come raggiungesse Napoli nel dopoguerra: su una camionetta dove i passeggeri, per non cadere, si mantenevano ad una spranga di ferro orizzontale che se si fosse staccata, sarebbe stato un disastro.
Dovremmo un attimo capire cosa sia stata la Seconda guerra mondiale.
Non tiriamola per le lunghe, Gianni Pisani lo chiamava Maestro.
Giovanni Valdelli è stato tra i pittori più innovativi del secondo Novecento, con il suo Bidialogismo e non solo, ha descritto quel doppio linguaggio “logico” che la contemporaneità sta vivendo. Negli anni ’70 del Novecento, in piena età progressive, post psichedelica e punk ha annunciato l’irreversibile decentramento dell’umano, quel fuori fuoco che ogni persona oggi vive in funzione di un solo occhio decisionale. Ha previsto, attraverso la sua pittura, la virtualità filtrata di questa Nuova Generazione.
C.O.S.A.C.E.R.C.A.N.O!!!?
L’umano che sta guardando non è più al centro del mondo, ma decentrato se non retrocesso a “favore” della tecnologia, del controllo delle forme, in una disciplina che non conosciamo. Un usurpatore, il quale scopo, doppio linguaggio logico, non è più l’uomo, ma la vanità che lo stesso umano ha creato, un tipo di intelligenza fine a sé stessa che non ci appartiene, temeraria, indipendente. La bellezza di Michelangelo non era vanità, era soggetta a Dio, Valdelli invece ci fa notare dove siamo andati a finire: chiude il cerchio. La confusione degli uomini che hanno smarrito il senso e la ragione, peggiorativi, irrimediabilmente molto oltre Esiodo, cadono in una ragion d’essere lontana, di una generazione incolmabile, vittima di uno sguardo non assoluto.
Dagli anni ’70, l’era della televisione in bianco e nero, Valdelli ha intuito il controllo Google delle smart generation e dello spiazzamento virale dei social oltre alla disgregazione sociale e ambientale dell’uomo che, in quanto massa, vive il cono ottico del singolo: quel raggio potente che a lungo andare ci ha regalato la magnifica soluzione dello Xanax.
Cosa cerca l’uomo? Cosa cerca questa Nuova generazione?
Valdelli ha cominciato a raccontarcelo mezzo secolo fa, ma non l’ha capito, troppo avanti con i tempi: il racconto dell’umano quale re vacante.
In Nuova Generazione vediamo il profilo grafico di una fantascienza azteca, i volti di Piero della Francesca spropriati da qualsiasi metafisica e lo sguardo di Molly Millions attraverso il SimStim di Henry Case accompagnato da un brano di Yōko Kanno.
Una visione moderna!
Mi sono sempre domandato perché non ci sia un sito su Valdelli, quelle cose del tipo: giovannivaldelli.it o punto com. Forse è in costruzione, non lo so. Ma oltre il Novecento, in anni così avanzati, il doppio linguaggio di Giovanni non mente e benché morto, parla ancora.
Donato Arcella
(“La Nuova Generazione”, opera di Giovanni Valdelli)
Umana
Jason deCaires Taylor
——–?
——– ?
L’arte del Quattrocento
Didattica –
“L’arte non è più un’attività manuale o mechanica, sia pure d’alto livello, ma intellettuale o liberalis.” (G. C. Argan)
Secondaria primo grado – pptx
L’uomo al centro dell’universo; L’artista intellettuale; La prospettiva; Le percezioni prospettiche; Filippo Brunelleschi; La questione della cupola; La cupola miracolosa; Non solo arte; Le innovazioni rinascimentali; Leon Battista Alberti; Magna Charta; La città ideale; Donatello; Il David di Donatello; Nella cultura di massa; Masaccio: la prospettiva che inganna; Illusione reale; Piero della Francesca: Flagellazione di Cristo; Pala di Brera; Profili; Una storia di profili; Antonello da Messina; Tre quarti; Andrea Mantegna; Un pozzo verso il cielo; Il corpo in prospettiva; Cosmè Tura; Niccolò dell’Arca; Bramante; L’architettura quale inganno; Un’ispirazione classica; Il modulo armonico; Botticelli; Un mondo incantato; La Venere di Botticelli; Un modello classico; Curiosità; Contemporanea; L’umana poesia; Verso il ‘500; Bibliografia.
(Opera di Piero della Francesca)
Inventiamo una banconota
Gli autori dell’opera che vedete qui sopra sono stati i tre nerd della classe di Valentina.
Un bel giorno, nelle magnifiche ore buca (e non scherzo) dove mai manca una pausa caffè, Ai Giardini o al Grillo, scorrendo su Nuvola, mi accorgo delle scadenze prossime dei Fest proposti dalla dirigenza, la cui attuazione progettuale non è più fattibile, tra questi: Inventiamo una Banconota.
Da circa 10 anni la Banca d’Italia propone un concorso a premi, interregionale, dove: coinvolgere studenti, studentesse e insegnanti delle scuole primarie e delle secondarie di primo e secondo grado in un progetto interdisciplinare, integrato nella programmazione didattica, consistente nella realizzazione di un bozzetto di una banconota “immaginaria”… a tema, con tecniche specifiche per ogni ordine e grado e dove, si favoriscono, specialmente per le secondarie, competenze informatiche.
Leggendo la scadenza, dal mio punto di vista, è tardi.
Mi reco in dirigenza, la DS mi riceve e le spiego la situazione. La DS mi guarda dritto negli occhi dicendomi: professore, partecipi al concorso! Cerco di ragionare con la DS, ma la DS ribadisce: professore, partecipi al concorso!
Dentro di me inizia uno stadio di ansia che già conosco e che fino ad ora ho vissuto in altri contesti. La DS, per le competenze informatiche richieste, mi consiglia di chiedere ad Alessia, la Coordinatrice della Terza al secondo piano.
Mentre attraverso lo scalone dell’I.C. il mio stato di ansia diventa sempre più convulso, questa mattina avevo tutt’altro programma. Poco dopo vedo Alessia tra la classe e la sala insegnanti, gli spiego la situazione e, con uno sguardo simile alla DS, mi dice: vai con Canva!
Ma nel caffè latte stamattina era tutto regolare.
Canva è uno strumento di progettazione famoso, è un editor online che usano i miei allievi per presentazioni e lavoretti di grafica. Amante della fotografia ed ex fotografo, la grafica no me gusta, nel digitale mi piace tutt’altro. Ma quel “vai con Canva”, Alessia, per come me l’ha “venduto”, è come se avessi sentito un retrogusto dal sapore Inca che, la collega, forse, avendo intuito il mio crescendo stato di cose, con discrezione è come se mi avesse sottinteso: ca’ a’ Madonna te accumpagn! – (traduzione attendibile dell’80% da giggino.com) –
Panico!!!!
Comincio a camminare per i corridoi della scuola in cerca di una soluzione finché al primo piano entro nella prima Terza che trovo. Busso, saluto la/il collega, non ricordo neanche chi era in cattedra e domando agli alunni: chi sono i nerd della classe? I ragazzi tutti in piedi mi indicano Leonardo, Massimo e Yassine. Perfetto! Saluto la/il collega, mi accorgo che manca ancora una mezzoretta, allora ritorno al bar a prendermi un altro caffè, tanto per aumentare i tic.
Entro in classe e chiedo: – Immagino che conosciate Canva. E programmi AI? – Gli alunni in maniera ultronea cominciano ad alzare le mani una dopo l’altra. Ci siamo! Spiego il progetto, mi prendo i tre nerd vicino la cattedra e cominciamo a lavorare. A scuola durante le ore di lezione è severamente vietato usare gli smartphone, ma per la realizzazione di questo progetto sono indispensabili, come una telecamera di sorveglianza li osservo mentre i tre ragazzi si ingegnano.
Nel programma di Arte e Immagine ho inserito Shepard Fairey, Zerocalcare e Shamsia Hassani ma in particolar modo un fumettista che mi ha sempre colpito per il suo carattere grafico: Gianluca Lerici. Un artista di Genova che proviene dal mondo delle fanzine scomparso a soli 43 anni nel 2006. Ho pensato, visto che sulle 100 mila lire c’era un ritratto di Caravaggio realizzato da Ottavio Leoni, sulle 1000 lire c’era un ritratto della Montessori e la Venere di Botticelli sul 10 centesimi di euro, perché su questa banconota non ci mettiamo proprio un personaggio di Lerici? E così è stato.
Non sto qui a raccontarvi tutti i passaggi progettuali che Leonardo, Massimo e Yassine hanno svolto con i loro smart, vi dico soltanto che in così poco tempo hanno dimostrato non solo un grande affiatamento, ma anche una pratica delle competenze informatiche che per certo gli tornerà utile. Luciana mi ha lasciato il testimone.
Nell’acquisizione di queste conoscenze c’è lo zampino del collega?
Magnifici!!! Elaborato pronto!
È sera inoltrata, sono al computer, mi fa compagnia Focus a volume silenziato. Il bando prevede una page dove caricare il file. Prima di caricare, la page mi dà quattro volte error (il mondo è contro di me) poi: avvio corretto. Missione compiuta.
Urca! Come direbbe Marilena.
Notte fonda: doccia fredda a rischio bronchite non prima di aver bevuto un Purgamurex alla ciliegia per smaltire lo stress. Notte fonda: nel palazzo non c’è nessuno, perciò, accendo il Peavey 300, collego la Fender e in power chord comincio a suonare quello che capita a volume 12. Notte fonda: mia moglie dorme.
Con un messaggio WA comunico alla DS l’invio dell’elaborato.
La vita è ritornata a sorridermi. Consegnata l’opera, di quello che sarà, non me ne frega più niente. Comunque. Ottimo spunto per un nuovo incremento didattico favorendo le conoscenze informatiche e il laboratorio. Dopo qualche mese, lasciatomi alle spalle quell’inferno, mi giunge una mail:
Parafrasando…
Gentile prof. le comunico che l’opera della classe Terza ha vinto il primo premio, congratulazioni, gradiremmo gentilmente un IBAN.
Abbiamo stampato l’opera, una targa e sono venuti Fox Mulder e Dana Scully dalla sede della Banca d’Italia per la premiazione (hanno tenuto un interessantissimo seminario sulla storia della banconota). Gli artisti, i tre nerd, supportati dalla classe, hanno spiegato davanti alle Terze come hanno prodotto l’opera e, oltre agli insegnanti e lo staff federale, erano presenti la DS, la DSGA, il Vicesindaco e Antonina, insomma, la notte degli Oscar.
La Vice mi ha detto che sono un secchione… glielo concedo, la collega è bellissima!
Cosa dire: una favola a lieto fine? Anche sì! Come potrò mai dimenticare il Purgamurex alla ciliegia a notte fonda.
Scherzi a parte.
Retorica: non si finisce mai di imparare. Vi sembra una retorica? Alle volte mi domando che cos’è l’esperienza. Gli artisti sono quelli che si studiamo sui libri? Si! Si deve studiare. Ma il talento è un’altra cosa, non è la ricerca o le simpatie di uno storico, è una cosa che appartiene a te, rimane a te e sei tu a coltivarla. C’è una cosa però, bisogna avere fiducia e lavorarci, specialmente oggi, in un tempo dominato da nuove guerre e fake news.
Donato Arcella