Nonna Lina

Lina la nonnina.
Piccoletta ed arzilla, con le mani sempre impegnate.
Tra pane e freselle, cavatielli e fusilli, la sua allegria trasmetteva a tutti noi.
Un esempio del passato: sveglia, arguta e insistente.
Lina tutto fare, Lina chiacchierona, Lina nonna Lina.

Rosangela Martino

The Irascibles

Un “ordine” michelangiolesco.

Mi è sempre piaciuta la Scuola di New York, la scuola dell’improvvisazione, il principio dei venti d’Oltreoceano. Il Contemporaneo! È negli anni ’50 che si abbandona il Romanticismo, è in questi anni che muore la natura per dare spazio al concettuale. Muore Parigi per le metropoli del mondo. I sentimenti vengono gettati sulla tela e i progetti diventano sempre più fitti, si diventa registrativi, non più visivi. Diaristici e non più epici. Abbiamo così conosciuto le intenzioni di Dean, come quelle di Kerouac e Pollock. La sfida di Kennedy, l’Empire di Warhol fino alle “Urn” di Weiwei e la tragedia di Palmira. Una lunga rete registrativa che si tesse nel cuore della notte. Non è soltanto il suono di una canzone, ma anche l’abbandono di un tempo nichilista, il risultato di un atto unico, una citazione. L’antologia contemporanea. Il tempo di azzerare la storia.

Donato Arcella

Da, modi di

Italoooo, tutto bene?

Finalmente ho un po’ di tempo.

Per prima cosa ti ringrazio delle belle immagini che mi spedisci su WhatsApp, le foto della bella casa che ti stai costruendo in quella magnifica terra che è il Cilento. Un progetto che stai curando passo dopo passo e mi ha fatto assai piacere esserti stato utile nella “realizzazione” di quell’angolo di giardino.

È da un pezzo che ci scambiamo idee e ricerche che non solo fanno parte delle bellissime estati d’entroterra, ma senza perderci di vista, condividiamo anche da lontano sentendoci in chat e questo, se posso, è frutto di una grande e reciproca stima. Chissà perché in questo momento sto pensando a Fiore, forse perché vi ho conosciuto nello stesso periodo. Anche sì. Tu con il cinema e lui con la poesia, oltre ad argomenti che toccava in maniera randomica che variavano dalla musica al cibo, dalle arti al folclore, dall’attualità ad Aushwitz. Tutti racchiusi, chissà, nel suo libro che, con grande rammarico, non ricordo dove l’ho messo.

Spero di non averlo dimenticato in Magna Grecia.

Caro Italo, anche questa volta ti rendo partecipe di un bello spettacolo che mi sono perso. Nelle mie letture appassionate ho conosciuto Michelangelo Buonarroti.

Le ricerche sono difficili!

Mi potresti dire: Donato, ma, non lo conoscevi già? Si, ma… ho conosciuto un artista che, nonostante sia inevitabile nel percorso di uno studente d’arte, come nella didattica di un insegnante, io, da sempre dedito all’Arte contemporanea, con i risvolti dell’ultima saggistica, ho voluto conoscere meglio questo artista e capire che l’arte contemporanea non è iniziata nel 1917 né negli anni ’50 del ‘900 né nel 1981 come recita Panorama Globale, ma nel 1512, quando Michelangelo conclude la volta della Cappella Sistina.

Letture personali.

Ma il professor Sgarbi scriverà mai un libro sull’arte del XXI secolo? Credo che con Rumore e paura l’abbia fatto.

Esiste un’anima che attraversa le Arti Visive degli ultimi 500 anni e che non permette assolutamente di definire antichi gli artisti che attraversa. Questo spirito è Michelangelo. Scorrendo la storia, questo “gentile” signore, lo troviamo già in Raffaello che ha perfezionato come nessuno le ricerche quattrocentesche. Lo troviamo in Pontormo che è la causa della videoarte di Bill Viola. Lo troviamo nell’itinerante braccio pendulo che da Caravaggio passa a David e prosegue in Lady Gaga. Lo ritroviamo nel Vittoriale come nella compiuta indeterminatezza di Medardo Rosso e Pollock. Lo ritroviamo in Metallo non Metallo dei Bluvertigo, nel Sogno di Jan Fabre e nella Sistina di Cattelan allo Yuz di Shangai. Insomma. Michelangelo è il tema della Storia dell’arte contemporanea, una storia che si fonda sul paradigma della sua maniera.

Rodin è stato un suo garzone 400 anni dopo.

A detta del Vasari “scorticava” i morti, perciò, sedotto dagli stessi studi di Leonardo, non rimaneva nella filosofia, ma realizzava inventando corpi, Michelangelo ha inventato un nuovo corpo: ha rivelato lo studio di Dio. Non è possibile essere sovrumani e per certo non-umani, ma avendo capito la perfezione, la Sua idea, l’unico modo per andare “oltre” è essere postumani (termine novecentesco). L’uomo è la perfetta geometria di Dio, l’Immagine, l’idea per eccellenza creata a Sua proiezione, la massima perfezione progettuale quale sintesi: l’Uomo Vitruviano.

“L’idea in quanto atto compiuto”

Tale perfezione, invalicabile, dove nessuno può prenderne ispirazione, la si può soltanto copiare, e per divenirne imitatori, c’è bisogno di un altro corpo.

La scienza ci ha dato la possibilità di scoprire Dio e per questo imitarlo: da, modi di.

Michelangelo è l’inventore di un nuovo corpo, migliore dei corpi del XXI secolo. La nostra estetica è contaminata da troppa vanità: abbiamo dimenticato la Bellezza. Quest’ultima è una morale che non appartiene agli uomini. L’imitazione di Michelangelo era ragionata non sulla vanità. Se esiste o esisterà una singolarità alternativa alla figura umana, sarà possibile soltanto con la moralità di Dio: il creatore dello studio. Perché di tale scienza ne ha favorito le basi e non può esistere studio senza un ordine.

Se nel ‘400 l’artista diventa libero pensatore, con Michelangelo diventa cosmo, proprio perché imitatore dell’ordine di Dio. La bellezza è un talento, ma in quanto tale ha bisogno di originalità, non di vanità. Dalla vanità possiamo avere soltanto copie.

Nel ‘900 si diceva che Dio fosse morto, oggi invece viviamo il tempo della post-verità, ma non credi che stiamo facendo un po’ di confusione? Se ci mettessimo l’uno davanti all’altro ci renderemmo conto, come credo si sia reso conto Michelangelo, che tale perfezione, tale progetto, è compiuto e non può essere altro che una verità assoluta.

Pensieri personali. Contestabili? Per certo condivisibili. E mi fermo qui.

Caro Italo.

Aspetto la realizzazione della tua Villa degli Artisti, con vista sull’Uomo che Dorme, dove passano i cinghiali. Mi piacerebbe condividerti una nuova ricerca o magari ampliare la ricerca che ti ho postato in questo blog. Però nella sistina che stai realizzando, magari in compagnia di quell’acqua fresca e sorgiva che esce dalla Mercantella, che ad agosto, è un Capolavoro!

Donato Arcella

(Foto dell’autore)

Selbstdasterllung

Per me questa è l’unica performance possibile, io e la fender, dietro al microfono dove il rumore è soltanto mio. Che sia una cover o un pezzo originale non importa, l’importante che sia rumore. Mi stordisce, lenisce il dolore, forse mi distrae dal mondo. Mi spinge a scrivere piccoli racconti metafisici.

Donato Arcella

Hotel

Indie tour bus. Ep. 3 – 24/11/23

Trip e Rossella li ho conosciuti in Accademia, erano membri di un collettivo che si occupava di performance, stanchi di mostre e gallerie si proposero a noi come roadie. La cosa ci piacque.

Con la label mettemmo subito le cose in chiaro.

Il tour non sta andando male, in rete il video spacca e per questo, la label, non si è risparmiata. Un tre stelle niente male, ognuno con la propria cameretta.

Roba di lusso!

Io, ancora tra i corridoi, sto pensando al DS di Ruby accantonato per l’RV-6. Ne ha presi quattro collegandoli tra loro con diversi modi e combinazioni. Uno sperimentatore.

Dall’altra parte c’è il Bar Mexico. Un silenzio che neanche immaginate.

Zona stazione

Rossella è Trinity. Avete presente quella di Matrix? Il primo Matrix! È proprio lei. Però senza la tuta in vinile. Avrei potuto dire anche il Tenente Joshi in 2049, ma per età e modi di fare è più riconducibile a Trinity. Trip Art invece è la copia spiaccicata di Gian Maria Volontè o forse, di Pierpaolo Capovilla quando era giovane. Instancabili (o quasi), con la loro Fiat Scudo ci portano ovunque. Hanno preso la cosa molto sul serio. Sono parte integrante della band. Casomai riuscissimo a produrre un altro EP, chissà, saranno con noi nell’artwork, un po’ come hanno fatto i Pink Floyd con Peter Watts e Alan Styles in Ummagumma.

Ruby è Clark Devereaux dei Goonies, il personaggio furbetto di Richard Donner, il nostro fenderista. Come ho già detto è uno sperimentatore. In realtà non voleva la Fender, per il genere che facciamo cercava una Duesenberg, ma visto i costi ha optato per una Jazzmaster.

Perché Ruby? Per un periodo, nella sua macchina, faceva girare heavy rotation un vecchio brano dei Rancid, da allora lo abbiamo chiamato Ruby. Siamo i fondatori della band e siccome non riuscivamo a trovare altri componenti (stavamo sempre seduti al tavolo di una pizzeria dalla categoria incerta con un pugno di testi) andammo a “piangere” da Conte.

Conte è il nostro batterista, il filosofo, l’arrangiatore. Non ho mai capito perché Stefano lo chiama così. Aperto alle contaminazioni il suo motto è: sui generis. È lui che trasforma le nostre canzoni, merito anche della band, certo! Però come dire, ha insistito molto nello spingere il progetto in questa direzione. Conte è Pisone, l’intellettualoide che Jack e Vitto conoscono nel primo giorno di liceo in “Mio fratello rincorre i dinosauri”, nell’ora di tedesco. Critico, simpatico e dalla risposta pronta senza il suo garage non credo che saremmo arrivati alla label, all’ep, al video e infine in tournée. Ho scritto un brano che si chiama Gàrage.

(Nanni, insieme a Toxi e Tucci il ladro, voleva diventare il più grande giocatore di fantacalcio. Non ci è riuscito! Allora si è comprato una chitarra)

Nanni è l’uomo con la Peavey T-60, una chitarra elettrica che comprò a buon prezzo in uno studio di registrazione a Grumo Nevano. Se la porta anche in spiaggia. Quando aveva i capelli lunghi somigliava a Thurston Moore, tagliandoli, è diventato Jovanotti. Siamo quelli che fondamentalmente scrivono i pezzi, non sempre siamo d’accordo, amiamo entrambi il cut-up, una cosa ci accomuna, perciò, le nostre canzoni sono fotografie accompagnate da bei ritornelli: niente di logorroico. C’è molta musica ed è qui che entrano in gioco la Jazzmaster di Ruby e il basso di Dario (Ulisse).

Ci siamo visti crescere. Balcone di fronte. Alveari umani di periferia. Casermoni, sopraelevate e polvere con vista sul Vesuvio. Diciamo così, quando non c’è foschia si vede Ischia. Il padre mi ha insegnato la fotografia.

Non sapevo che conoscesse Bekim.

Dario, con il suo basso Fender made in Japan, è il nostro cantore, il nostro Bekim Fehmiu. Quando siamo in viaggio, nella Scudo di Rossella e Trip Art, ci racconta sempre il mito, sembra di stare a Paestum. Bekim non fa parte della band, ci colpì come arrangiò, insieme a Nanni, Third Stone From The Sun di Hendrix. Avrei preferito un pezzo tipo Giant Peach dei Wolf Alice, ma quando l’ascoltammo: roba pazzesca!!! Da allora è in tour con noi. Lo ricordo dai tempi del Mojo Live.

Io sono Bicio, colui che nel pieno della notte sta scrivendo questa pagina di diario, l’anima acustica della band, ho una SigmaGuitars spalla mancante preamplificata: bella chitarra. Un giorno ve ne racconterò la storia, una vera e propria storia d’amore. Anch’io, come Ruby, amo il Boss RV-6 ma ne ho uno, non quattro.

Porto sempre con me il cd ‘Round About Midnight, non solo perché mi piace l’album, ma perché ho sempre amato la cover; infatti, ha ispirato la copertina del nostro EP.

Dicono che somiglio a Fabrizio Frizzi, perciò: Fabrizio, Brizio, Bicio.

Summertime – non riesco a dormire.

Le registrazioni le avremo domani pomeriggio nello stesso studio dove Nanni ha comprato la T-60. Dormono tutti, c’è un gran silenzio. La label ha deciso di metterci in pausa proprio per queste registrazioni, un nuovo brano per un nuovo video, si vede che Stefano è ispirato.

Mi è capitata la stanza che affaccia proprio sulla piazza. Fa freddo. Era da un po’ che non venivamo qui. Le registrazioni dell’EP le abbiamo fatte ad Erba, merito di Raffaele, ci ha trovato un produttore con i fiocchi e proprio da lì che è partito il tour.

Affacciandomi, vedo la Feltrinelli al lato. È tutto chiuso. Affrontando le luci basse, tra le scale dell’albergo, scendo.

Sono circa le 4:30, senza traffico è tutt’altra storia. Mi siedo su un coso. Si! Quei cosi di cemento che delimitano la strada. Sono seduto proprio in mezzo alla piazza. Sento da lontano Summertime, la versione di Parker, non riesco a capire da dove proviene, forse un balcone, una macchina, chissà. Osservando il Bar Mexico poco distante, dietro di me comincio a percepire i passi di una persona che si avvicina, è la donna della reception. Credo una coetanea. Longilinea con i capelli neri lunghi e il fascino di Irene Papas, mi porge una tazzina di caffè. Con un fortissimo accento cilentano mi dice, indicando con lo sguardo il Mexico, <signore è lo stesso>. Sorpreso! La ringrazio, prendo la tazzina, mi favorisce anche lo zucchero, ma molto gentilmente gli rispondo <no grazie> e, perplesso, bevo il mio caffè. Gli ridò la tazzina e lei tranquillamente, attraversando la strada, ritorna alla reception.

Rimango di ghiaccio.

Pensando ai miei compagni a letto e alla donna del caffè, mi soffermo sulla Summertime di Charlie Parker, domandandomi ancora da dove provenisse. E dal Bar Mexico, volgendo lo sguardo verso la stazione… si fece sera e si fece mattina, un nuovo giorno.

Donato Arcella

Sole spento

Il signore che vedete qui sopra è Omar Pedrini che, in qualità di artista contemporaneo, quest’anno, è stato tra gli ospiti d’onore del MEI di Faenza, ex chitarrista e cantante dei Timoria, band tra le più rappresentative dell’Alternative rock anni ’90.

Faenza è stata sfigurata dall’alluvione, per questo gli artisti del MEI, e il MEI stesso, hanno avuto uno sguardo attento a questa vicenda. Non sono pochi i disagi che il mondo sta vivendo ma l’Arte, a gettare il proprio occhio, è sempre in prima linea.

Questa foto l’ho scattata durante l’esibizione di Sole Spento, un singolo del 2001 dove i Timoria di Pedrini riscossero un grande successo dimostrando ancora una volta, la loro forza compositiva anche dopo l’abbandono di Francesco Renga che per anni è stato il loro frontman.

È la canzone generazionale che chiude per sempre quella storia del rock italiano al pari di capolavori universali della musica moderna come Il Mio Canto Libero, Piccolo Grande Amore e Liberi Liberi.

È un brano senza peli sulla lingua, la mia generazione è senza vento, che gravosamente racconta i difficili giorni che stiamo vivendo. Ci sono canzoni che invecchiano molto bene e altre che invece non invecchiano e questo è preoccupante, perché significa che le cose continuano a non andare bene.

Dal racconto di un fan abbiamo il dramma di un intero segmento sociale che, pian piano, ha cominciato a perdersi in chiacchiere rendendosi sempre più fragile. Non si sogna più l’America, ma neanche la luna, esiste soltanto un apparire per sé stessi senza dialogo, eppure, vediamo il mondo con un click. Forse è questo il problema o magari c’è dell’altro.

Ci isoliamo, abbiamo paura delle sorprese, andiamo in ansia o in panico. Non c’è più niente di sublime.

Stanno sventrando il pianeta, ci uccidiamo l’un l’altro, siamo perversi, non sappiamo dove andare, senza vele e senza vento. Finiamo un discorso e non ne cominciamo un altro, ci nascondiamo dietro alle sensibilizzazioni ma siamo più confusi che mai. Fraintendiamo e ci condanniamo. Non conosciamo più la strada.

Qual è il problema? Bisognerebbe rifletterci.

Ho cercato di fotografare il professor Pedrini in un’altra maniera, cercavo un’espressione diversa, ma non è stato possibile o semplicemente non ci sono riuscito. Chissà. Forse vedo ancora un uomo che osserva la realtà, il quale urlo, resiste ancora… ma ho rivolto il mio cuore a ogni opera che è stata fatta sotto il sole, durante il tempo in cui l’uomo ha dominato l’uomo a suo danno.

Donato Arcella

Negli spazi del Lolli

Non sono un pittore, né un poeta, né uno sportivo, né un cineasta, né un filosofo, ma un espositore.” (Arnulf Rainer)

Donato Arcella. Artista visivo. Napoli 1976. Arte & Immagine.

Il Lolli è un teatro indie di Imola dove, nel 2017, tra un laboratorio e l’altro, cominciai a scrivere diari che, poco dopo, diventarono il blogNegli spazi del Lolli”. Il mio sito. Qui posto fotografie, riflessioni, canzoni e articoli su artisti indipendenti: una storia dell’arte personale.

Mezzi d’espressione: una lettera, un francobollo e uno smartphone.
Giubbino di pelle, jeans e superstar.
Sfogliatella frolla.

Cortometraggio

Quest’immagine è rossa perché in cantina conservavo un faretto rosso, se fosse stato verde, la foto sarebbe verde.

I cortometraggi incompiuti di inizio millennio –

Anno 2001/02, qui siamo io e Stefano sottoterra: nella mia cantina in posa B a cercare idee per un nuovo cortometraggio. Non abbiamo mai lavorato con le sceneggiature, sono cose che facevano Tommaso e Francesco, noi preferivamo passare intere nottate all’umido a cercare scene.

Visioni plausibili:

Tony Oursler, Joan Jonas, Pipilotti Rist, Anton Corbijn, Jim Dine, Rauschenberg, Brakhage, Kaprow, Maciunas, Bill Viola, Gary Hill, Spike Jonze, Yayoi Kusama, Gennaro Cilento, Gutai, Beuys, Warhol, Sherman… Carmelo Bene e Wong Kar-wai sono state introduzioni di Francesco e alla Sala Assoli del N.T.N. di Napoli ci portò Tommaso.

La troupe non è mai stata “scolastica”, cioè, non ci siamo mai affidati a libri o programmi stabiliti. C’era il film come il libro, Mtv e Fuori Orario, la biblioteca nazionale e il museo nazionale, il videoclip e la mostra, il murales e il graffitaro. Abbiamo imparato a suonare e fare video per strada. C’era l’amico più bravo e il rivale geniale, l’artista mondiale e l’artista locale: Laboratorio.

Laboratorio punto e basta!

Frequentazioni:

Scali merci, vagoni abbandonati, metropolitane, P.zza Garibaldi, Gianturco, A.D.S. Casoria, sottopassi, luoghi inaccessibili a rischio amianto, cantieri abbandonati, Kupit 507, il passaggio interno che collegava Napoli Centrale con il Centro Direzionale, Jail, ‘Round Midnight, Le Cave con i Gemelli, l’Arenile di Bagnoli, l’Euromercato, Sbrescia, Bergavi, Ramaglia, Di Matteo… Ascea (quest’ultima per scappare lontano dagli agglomerati).

L’unica azione possibile era la performance: con le chitarre elettriche possibilmente.

Vi assicuro che le Squier non sono male.

Non abbiamo mai smesso di suonare (altri hanno preferito continuare), il rock non ci ha mai abbandonato, abbiamo soltanto cambiato “strumentazione”. Abbiamo reso le cose un po’ più “visibili”, come nei film di Wenders: nei labirinti sotterranei, nei “tunnel” e nei passi infiniti e temerari, l’autostrada che ci passava sopra le teste non ci spaventava, le mille voci “blue” non ci interessavano, davanti a noi c’era tutto quello che non conoscevamo.

Ci bastava questo.

Cosa hanno di bello i live? Si vedono, non si sentono.

Ho conosciuto Miles Davis perché la cover di ‘Round About Midnight è rossa.

Due sono state le imprese eroiche della Storia dell’arte: la volta della Cappella Sistina e Are You Experienced, perciò, possiamo stare tranquilli.

I capolavori sono tutti visivi: Elvis è visivo come lo è Cristiano Godano, Michelangelo è visivo come anche Banksy e Assante/Castaldo.

Per questo era impossibile partire dalle sceneggiature, dalla frustrazione di un atto letto e “riportato”, ci voleva qualcosa di già fatto, qualcosa dove bastava alzare lo sguardo. Un’espressione irreale, questa è la realtà immaginaria. Quando cerchi qualcosa cambi 24000 punti di vista, non puoi fare altrimenti, anzi, ti sforzi di cambiare visuale sennò ti perdi. Non si tratta di allenare l’occhio ma la mente, c’è un problema però, non tutti vanno in palestra.

Non è una questione di sensibilità, ma di solitudine (a questa poi non ti abitui).

“Cantine, garage e periferie” – La tratta FS che dalla metropoli ti portava nel Gran Tour eleatico.

“Partire dall’inquadratura o semplicemente da un taglio fotografico poi reso azione, attraverso una condizione registica, questo rende l’immagine già racconto.”

…forse è il corto che volevamo girare, e oggi? Sto scrivendo questo blog con l’immagine di riferimento. I viaggiatori non sono né turisti né fuggitivi, sono artisti, e come tali non badano alla meta.

Esiste qualcosa che non- finisce? Certo! L’immenso non è l’unico punto di vista. In un viaggio il paesaggio è in divenire e le cose da raccontare sono veramente tante, se soltanto viaggiassimo un po’ più lentamente, avremmo più tempo per organizzarci e magari capire quando una cosa inizia e l’altra finisce.

Donato Arcella