Era da un po’ che non andavamo a Paestum. Mattinata inoltrata, sulla costa del Cilento, ci fermiamo ai templi. Camminando lungo il perimetro della piana, sento il suono di un flauto, mi affaccio e vedo questo suonatore.
“E qui sorge un altro mistero: quanti occhi aveva Polifemo? Tutti diamo per scontato che ne avesse uno solo, ma in verità il poeta non lo dice mai. In nessuno dei versi dell’Odissea si fa riferimento all’unico occhio del Ciclope” (De Crescenzo)
Film del 1982. Soggetto di Massimo Troisi sceneggiato da Lello Arena, con Troisi nella parte di sé stesso e Maddalena Crippa che affianca un Arena azzeccatissimo. Una brillante commedia girata nella Napoli Power di Pino Daniele, James Senese e Tony Esposito. Si muovevano quelle forze che diventeranno Teatri Uniti. Eduardo era ancora vivo, Totò riemergeva con l’home video e poco dopo avremo avuto Maradona. Arena e Troisi, non ancora trentenni, uscivano dal successo di “Ricomincio da tre”, un capolavoro generazionale figlio dell’Odissea dove Gaetano, farà morire per sempre il luogo comune del meridionale, ripristinando l’uomo viaggiatore e temerario del Mar Grande. Lo associo a Nostos di Franco Piavoli, dove i ritorni non sono per sempre. Ma Massimo da quale isola scappava e perché? Scappava da quell’isola che qualche anno dopo “documenterà” magistralmente Luciano De Crescenzo con Così parlò Bellavista, che in “No grazie…” , è tenacemente difesa da Funiculì Funiculà. Si! Ulisse tornò ad Itaca, ma ripartì proseguendo il viaggio, così come anche Gaetano insieme ad Ugo, Ciro e Massimiliano.
Dieci anni fa. Castellammare di Stabia. Una mostra collettiva all’Acqua ‘ra maronn. Da quello che ricordo, tutti pittori.
Inverno. Come di consueto, io e Noise, da Bologna, facciamo una capatina giù, i nostri amati nostoi. Veniamo a sapere che Carmen e Rossella avevano organizzato una mostra, così ci andiamo. Carmen è quella tutta pimpante con il saluto indie rock, Rossella è seduta giusto al centro. Ifigurativi. Così me li immagino. Anche se contemporanei, nei colori di quelle opere, dominava la luce del Tirreno, la luce di quella baia che si affaccia sull’altra faccia del Vesuvio.
È da tempo che sono assai restio, se non oppositivo, all’internazionalità delle cose. Si! Mi piace Weiwei, ma sono sempre più proiettato su una contemporaneità più locale, non per forza folklorica, ma in questo modo, non affacciandomi troppo lontano, mi sono accorto dei Mundu Rua, di pittori come Mario e Gennaro e di grandi realtà espositive come Artisti in Vetrina e, il ricordo di questa Collettiva, tutta moderna, che neanche ricordo il nome e che non voglio sapere.
Un’indipendenza di quartiere che propone una certa artigianalità anche se tutta moderna, che vede una territorialità che non si cura del turismo, ma che se facesse turismo, non ci dispiacerebbe. Carmen dice che tutti i rapporti sono difficili e non ha torto, il futuro è difficile, forse perché abbiamo perso di collettività.
La formazione di questi Stabiesi è tutta contemporanea, metropolitana, ma nelle loro figurazioni, anche se alla luce dei lampioni di strada, ricordano lava e sabbia nera. Rossi “pompeiani”, tratti espressionisti e sguardi crudi. Non sono artisti nascosti, alcuni di loro non si sono fermati a Napoli, ma sono andati oltre, conoscono bene il mondo. Continuano a fare ricerca, ma ritornano a Stabiae. Da Castellammare inizia la Penisola, siamo sulla via di Ercolano, Oplontis e Pompei: la Napoli romana, la Napoli di Tiberio e Poppea. La linea interna che da Partenope finisce alla Marina Grande di Sorrento che, nonostante localini e ristoranti, ci sono ancora i pescatori. Poco più avanti, Capri, è come se ti venisse addosso.
I pittori con le pentecontere di Nostos, coloro che si spingono verso Pithecusa, oltre l’isola di Vivara, alle falde immaginarie del Monte Epomeo, che proprio qui, da millenni, giacciono Tifeo e Aulice. È la contemporaneità delle antiche anfore che raffigurano polpi, leggende, sguardi, viaggi e passioni, una pittura che non dimentica tra mìmesis e memoria, storie e città.
“La tradizione culturale è materia viva, che si rimpolpa, si trasforma, si rinnova. Tali sono, ad esempio, le “leggende metropolitane”, cioè quei racconti inverosimili che sono ambientati nel concreto scenario metropolitano e contemporaneo”. (Dario Fo)
La donna che vedete in questi “frammenti” si chiama Flavia.
Installazione fotografica di 21 pezzi (20X30).
La mia ricerca è di stampo diaristico, identitaria, dove non faccio altro che prendere dalla mia formazione in maniera frammentaria. Cresciuto con Mtv, i film che mi piacciono, letture e gli artisti che mi hanno influenzato e, attingendo a frammenti, come se questi fossero dei “frame” estrapolati da sequenze, formulo il mio percorso fatto di luoghi, volti e storia. Importante punto di riferimento è la Storia dell’arte, in particolar modo il Novecento. Mi divido tra fotografia (smartphone), lettere e presentazioni PowerPoint, quest’ultima a sfondo didattico che esporto in PDF o MPEG. Credo che la didattica sia un fondamento informativo, la quale ricerca storico artistica diventa il frammento di un proprio atto autoriale verso gli altri, un discorso scolastico, narrativo. E non cerco altre storie, cerco la mia storia e la Storia dell’arte, quella da spiegare in classe.
Per questo percorso mi sono scelto Gennà, un personaggio immaginario che nel suo percorso incontra domande, luoghi e persone.
Il “frammento” è un documento, il quale immaginario diventa lontano, onirico. È l’immaginazione che domina il soggetto, perché da un frammento si intuisce l’esistenza di un percorso, il quale è l’unico testimone. Ma di questo percorso, decontestualizzato, il frammento assume sempre un nuovo significato.
La linea esterna è un binario, la cui origine, è fuori dalle alte frequentazioni. È una linea metropolitana che in quanto tale raggiunge il Centro, ma è periferica. La devi conoscere. Esiste in tutte le stazioni.
“Pinkey è sola e in quella zona non ci resta più”
Sono sempre stato un fenderista, ne esistono tante: Jazzmaster, Telecaster, Esquire come anche quelle cinesi. Ma avendo scoperto che in power chord niente è impossibile, l’unico suono che veramente ha fatto la Storia è quello della Fender Stratocaster. Comunque, ciò che voglio raccontarvi è la storia di un’altra chitarra e di una canzone.
Era da un po’ che cercavo una chitarra folk, quella chitarra che ti porti ovunque, niente di costoso, ma una cosa buona, anche per qualche registrazione. Così, cercando in lungo e largo e provando più chitarre, in nessuna di queste riuscivo a trovare quel “dialogo” che mi facesse esclamare: è lei!
Sulla Via Emilia, c’era un negozio di strumenti musicale gestito da una coppia avanti negli anni, volevano chiudere (anche per via del Covid) e, svendendo tutto alla metà del prezzo, cominciavano ad incuriosirmi. Mi era capitato qualche tempo prima di entrare in questa attività, oltre agli strumenti trovavi anche libri, spartiti e accessori. Ho trovato gli spartiti di Siamese Dream che erano su quegli scaffali da 30 anni e ancora, il tipo, assai simpatico, avendo preso una serie di Squier Bullet che vendeva ad un prezzo stracciatissimo, mi convinse a provarle e alla fine me ne uscì dal negozio con una Telecaster sunburst e una Stratocaster viola.
Poi vidi lei.
Una bella mattina di dicembre (sole zero, venticello freddo e umidità) mi fermai d’avanti alla vetrina, entrai, vedendola abbandonata su un espositore tra gli amplificatori, chiesi di provarla. Una Sigma, vecchio modello, ma nuova. Piena di polvere, come toccai la meccanica, saltarono tutte le corde, il ponte era troppo alto e, preamplificata, attaccandola ad un Marshall, faceva peti di ogni genere. La rimisi a posto, ringraziai e me ne andai.
Durante la settimana, per una cosa e l’altra, passavo spesso di lì, soffermandomi su quella Sigma. Era sola, nuda e scoperta come l’avevo lasciata. Mi guardava innamorata, così, un bel giorno mi convinsi, entrai e la comprai.
Poco lontano c’è la liuteria di Fabio, gran bella Officina, come gliela mostrai, così combinata, si commosse. Mi disse – Lasciamela, torna tra una settimana – Giunto il tempo me la mostrò e la vidi finalmente Donna. Abbassò il ponte, regolò la meccanica, cambiò il capotasto e la tirò a lucido. Sostituì quell’elettronica fetente con un pickup della Fishman applicato al rosone della cassa armonica. La provai e così era lei! La Martin dei Nirvana agli Mtv Unplugged di New York nel ‘93, ha fatto la storia dell’ultimo Novecento, non tanto per il suono, ma per l’estetica. Fabio, quella Sigma, la rese proprio così.
Ora. Ho un pugno di canzoni e una chitarra folk. Ho contattato Luca per una sessione di registrazione, ma mi manca qualcosa. I songwriters sono tali perché dentro hanno la strada. Chi è un songwriter? È colui che prende la chitarra, scende in strada e canta, per questo le loro registrazioni sono vere. Io non ho mai avuto il coraggio di fare questa cosa. Ho fatto qualche live insieme ad una band, ho suonato a casa di amici, ma, solo contro tutti mai. Sulla linea metropolitana ho notato che la stazione di Imola ha tre binari. Sul primo e il secondo passa il Piacenza – Ancona, perciò linee ad alta frequentazione, sul terzo non ho capito e, più avanti, proseguendo il primo, c’è un quarto binario, un terminale, il primo Ovest. Questo, partendo da Imola, tocca quelle stazioni periferiche che l’Ancona-Piacenza non tocca e, morendo a Bologna, in quanto linea, ha vita propria.
Visto che sto trovando il mio spirito on the road, la mia spontaneità, perché non cominciamo ad affrontare il mondo proprio su questo treno?
Dicembre. Regionale delle 17:30.
Manca poco alla partenza, sono all’hundertwasser della stazione. L’Hundert è un bar di Zurigo frequentato da soli espatriati, un po’ come il Rick’s Cafè di Casablanca o il Chat. I bar delle stazioni, come quelli degli autogrill, sono luoghi di transito, consumi con la sola consapevolezza che devi partire, incontri l’impossibile, gente che non hai mai visto e che mai più incontrerai.
Faccio il biglietto, mi sparo uno snack ed entro nel treno. Parte il treno, fuori è buio, il bianco interno del regionale sembra il K test di 2049. Cerco di mantenere la calma. Le carrozze non sono tante, ma devo rompere il ghiaccio. Caccio la chitarra, entro nella prima carrozza e comincio. Per non essere frainteso, sulla cassa armonica sotto il ponte ho posto un biglietto con scritto: non si accettano soldi, ma ascolti.
Comincio con il primo brano, poi il secondo ed ora sto eseguendo il terzo. Wow! Non mi fila nessuno. Niente di più sublime! Credetemi: c’era chi dormiva, chi mi trapassava con lo sguardo, chi era immerso nello smart e chi prendeva gocce di qualcosa*. Nonostante incalzassi sulla chitarra, ero del tutto invisibile e, preso da questo lieto snobismo, finalmente mi sentivo un songwriter! Carrozza successiva.
*Come tutti i farmaci, anche lo Xanoi può causare effetti indesiderati in alcuni pazienti. Alcuni effetti possono essere comuni: depressione, sedazione, sonnolenza, perdita della coordinazione motoria, disturbi di memoria e della parola, capogiri, mal di testa, stitichezza, bocca asciutta, affaticamento e irritabilità.
Nel passaggio tra una carrozza e l’altra mi ferma il Capotreno. Il signore, con tono semi alterato mi dice – Cosa sta facendo? – gli rispondo – Buonasera! Non sto mendicando, semplicemente sto cantando le mie canzoni. – ancora mi dice – Lei lo sa che sul treno non si può suonare? – gli rispondo – Mi perdoni, le assicuro che non sono in cattiva fede – lui ancora – Guardi, i passeggeri sono infastiditi dalla sua esibizione! – mi giro e, notando l’espressione non eloquente del mio pubblico, deduco che i criteri del Capotreno sono alquanto discutibili. Comincia una discussione che va avanti, finché, arrivati a San Lazzaro, il pubblico ufficiale mi invita a scendere. Io, con tono fermo ma gentile, gli faccio notare che ho il biglietto, ma niente da fare, scendo a San Lazzaro.
Dicembre, sono quasi le 19:00. Sole zero, venticello freddo e umidità.
Sto vedendo il 2049 che riparte senza di me.
San Lazzaro di Savena è una fermata metropolitana, è un piccolo labirinto fatto di ferro e neon. È una stazione immersa nel buio. Non c’è nessuno. Ora, a San Lazzaro non ho mai sentito niente, ma ubicata in quel silenzio metafisico può tranquillamente essere a prova di stupro. Comunque. Per ritornare da dove sono partito, l’unica soluzione è il Piacenza-Ancona. Ci sono delle panchine, mi siedo e, ancora intossicato, prendo la chitarra e in mi power, comincio un groove che, totalmente immerso nei neon, porto avanti per almeno mezz’ora. È un groove pedante, forse un blues, mi dà l’impressione di un treno che stenta a partire ma che poi pian piano prende i giri. E con questo groove, oltre ad intuire una possibile melodia, riempio quel silenzio così strano che tanto caratterizza la fermata di San Lazzaro. In quella ragion d’essere giunge il Piacenza-Ancona. Salgo, chiudo la chitarra, cerco il Capotreno, faccio il biglietto, mi siedo e arrivo a destinazione.
Il bar della stazione è ancora aperto.
Buonasera, gradirei un bicchiere d’acqua e un caffè – la barista dal taglio viola, molto gentilmente –Mi scusi, ma vuole un caffè a quest’ora? – gli rispondo – Certo! Voglio un caffè a quest’ora! – la barista molto gentilmente – Gradisce qualcos’altro signore? – gli rispondo – No grazie! – Bevo il bicchiere, bevo il caffè, pago e me ne vado. Ce l’hanno tutti con me!
Ritorno sul binario, non c’è nessuno, mi siedo sulla panchina sotto al monitor, riprendo la chitarra e su quel giro in mi power, scena dopo scena, mi appare il racconto di questa fantastica avventura.
Una nuova canzone.
Ci sono quattro binari. Il primo e il secondo sono ad alta frequentazione, il terzo non l’ho capito e, proseguendo, mi accorgo che sul primo c’è un terminale, un binario Ovest. Questa linea non attraversa le conurbazioni, tocca fermate che gli altri treni non toccano, è una linea rara, la devi conoscere, non è frequentata da tutti è periferica, un modo alternativo per giungere a destinazione. Nel cuore della notte le luci sono lontane, il groove di mezzanotte riempie il vuoto, una piccola prova dove ho avuto il piacere di guardare in faccia i miei compagni di viaggio. Nessuna fuga. Soltanto una visione alternativa. È una Linea che costeggia il mare. Quando c’è sole le carrozze diventano blu, quando c’è tempesta è come se attraversassero le onde: “una piccola pianura pulita già dal vento, poco distante, dalla Linea esterna.”
Questi erano i Pluton Day, non ho mai saputo il perché di questo nome, facevano cover di un periodo molto preciso della storia del rock: i woodstockiani. Erano giovanissimi! Ricordo Nicolò, voce e armonica, Luigi alla batteria e una cantante che eseguiva Piece of my Heart di Janis Joplin niente male. Il fenderista era un ragazzo biondo di cui non ricordo il nome che lasciò la band, forse, per un progetto Erasmus. Provavano in una casa sperduta di Calcinelli, nel pesarese. Avevano fatto una bella ricerca, nella zona erano gli unici, penso che dovessero prendere le cose un po’ più sul serio, nonostante questo giravano; infatti, non vedevo l’ora di assistere ad un loro live. Attraverso loro e i Vinileviola ricominciai a scrivere canzoni. Ricordo che Nicolò lesse Life di Keith Richards che uscì proprio in quel periodo, lo trovai molto gasato. Con Luigi il discorso d’arte era più ampio, infatti per un periodo fu il batterista dei progetti di Mario e mi diede una bella mano per un video. All’epoca ero azzeccato per i video. Maledetti video! Furono Luigi e Nicolò a farmi conoscere Luca, il fonico di Fano che dal 2018, mi aiuta a registrare le mie piccole canzoni e che, forse, produrrà il secondo singolo del progetto Negli spazi del Lolli dove Luigi, spero, sarà il batterista.
Frammenti di piccole grandi storie, storie rock, storie di un genere non più assoluto. Ma certo! Le musiche sono tante, perciò tante sono le storie assolute. Come i ricordi: le ispirazioni che non finiscono.
Nanni… stai dormendo? – Si sto dormendo! – E perché? – Perché ho sonno Bicio! -Nanni! -Cosa vuoi? – Tra 10’ arriveremo in albergo ti addormenti? – Perché devo chiedere a qualcuno se devo dormire? Ma guarda a chistu! Bicio, sono le 3 di notte non hai sonno? Stanno dormendo tutti! – Rossella e Tripart non stanno dormendo -. – Rossella e Trip fanno i roadie, stanno portando la macchina, sono pagati dalla Label per non dormire. -Nanni! – Bicio, cosa vuoi? – Non ho sonno! -E che devo fare?- Ho scritto una nuova canzone. – Non puoi farmela sentire domani mattina dopo colazione? – Si! Ma non voglio farti sentire la canzone, te ne voglio parlare. Ehi Trip!!! Quanto manca per l’albergo? – Manca ancora mezz’ora. -Mezz’ora? Perché mezz’ora? – Perché è quello sull’autogrill lungo la statale, non abbiamo potuto prenderlo in città? –Wow!Perciò non c’è colazione!-. – L’andate a fare al bar dell’autogrill-. Nanni, stai dormendo?- No! Allora – Cosa dice la canzone? –
È la storia di Magenta, ha i capelli lisci e castani, ama fuggire dalle folle. È bellissima! Può tutto. Ma non sa cosa gli piace è indecisa. Si sente fuori luogo. È notturna, parla da sola, è sempre alla ricerca di qualcosa. Ma è bellissima! Ha il passo veloce. Ricorda spesso il suo passato, ha circa 30 anni. Non ha paura di affrontarti. Ha un bel sorriso con i denti grandi. Gli piace la luce dei neon, veste di jeans neri e superstar. Corre, ma in pericolo perché è sempre sola. È nel cuore della notte. Aspetta l’alba. Dorme sola negli alberghi, non vuole vedere nessuno. Non vuole impazzire. C’è chi chiede di Magenta, ma lei non risponde, vorrebbe morire dentro, ma cammina avanti agli altri, non guarda indietro, ha gli occhi castani. Canta fino al pianto. Potrebbe rubare il cuore di qualsiasi uomo, ma non lo farebbe mai, le donne la temono. Ha paura del treno, per questo rimane sempre in città. È bellissima, sorride sempre, ma si allontana più in là nel cuore della notte. Ti guarda in faccia, è silenziosa. Ha pazienza, gli piace lo spettacolo, corre dove non c’è nessuno, guarda un sacco di film. Fugge da qualcosa, non per forza è un trauma. Finché stanca si ferma e vede l’alba.
Non sono state poche le volte quando ci mettevamo in macchina per andare a Caserta. Avevamo i parenti. Qualcuno è ancora lì.
Caserta non mi piace, ma ricordo quando da studente d’arte, con il Via Aversa, da Casoria, raggiungevo i giardini vanvitelliani e con un album e una koh-i-noor 4B, facevo pratica ritraendo i tempietti neoclassici nel parco della Reggia. In quelle fantasie accademiche che tanto mi erano care, non spessissimo, mi recavo a casa di zia Maria e zio Giovanni: il pittore campano Giovanni Valdelli.
Le arti visive del secondo Novecento sono state concettuali, ma la pittura, quella vera, non è mai morta. Usellini, Foppiani, Gnoli, Cacace e Pisani non hanno mai smesso di dipingere e tra loro, in quell’Italia a cavallo tra la televisione e il web, abbiamo avuto Valdelli.
Giovanni Valdelli è stato tra i più innovativi allievi di Emilio Notte, fratellone di mia madre, la prof. Valdella, era il primo genito di Antonio Edmondo e Antonia Di Caprio. Classe 1925 e padre di quattro figli, è scomparso una decina di anni fa.
ValdellivsValdella. Mi hanno detto che è stato un errore di trascrizione al comune di Dugenta (BN).
Alto, magro e con un naso lievemente dantesco di cui è sempre andato fiero, in gioventù è stato tra quelli che, insieme al padre e forse zio Michele, scappavano sui tetti per non farsi beccare dai tedeschi. E di quando, a casa, mentre parlava di Persico, mi raccontò come raggiungesse Napoli nel dopoguerra: su una camionetta dove i passeggeri, per non cadere, si mantenevano ad una spranga di ferro orizzontale che se si fosse staccata, sarebbe stato un disastro.
Dovremmo un attimo capire cosa sia stata la Seconda guerra mondiale.
Non tiriamola per le lunghe, Gianni Pisani lo chiamava Maestro.
Giovanni Valdelli è stato tra i pittori più innovativi del secondo Novecento, con il suo Bidialogismo e non solo, ha descritto quel doppio linguaggio “logico” che la contemporaneità sta vivendo. Negli anni ’70 del Novecento, in piena età progressive, post psichedelica e punk ha annunciato l’irreversibile decentramento dell’umano, quel fuori fuoco che ogni persona oggi vive in funzione di un solo occhio decisionale. Ha previsto, attraverso la sua pittura, la virtualità filtrata di questa Nuova Generazione.
C.O.S.A.C.E.R.C.A.N.O!!!?
L’umano che sta guardando non è più al centro del mondo, ma decentrato se non retrocesso a “favore” della tecnologia, del controllo delle forme, in una disciplina che non conosciamo. Un usurpatore, il quale scopo, doppio linguaggio logico, non è più l’uomo, ma la vanità che lo stesso umano ha creato, un tipo di intelligenza fine a sé stessa che non ci appartiene, temeraria, indipendente. La bellezza di Michelangelo non era vanità, era soggetta a Dio, Valdelli invece ci fa notare dove siamo andati a finire: chiude il cerchio. La confusione degli uomini che hanno smarrito il senso e la ragione, peggiorativi, irrimediabilmente molto oltre Esiodo, cadono in una ragion d’essere lontana, di una generazione incolmabile, vittima di uno sguardo non assoluto.
Dagli anni ’70, l’era della televisione in bianco e nero, Valdelli ha intuito il controllo Google delle smart generation e dello spiazzamento virale dei social oltre alla disgregazione sociale e ambientale dell’uomo che, in quanto massa, vive il cono ottico del singolo: quel raggio potente che a lungo andare ci ha regalato la magnifica soluzione dello Xanax.
Cosa cerca l’uomo? Cosa cerca questa Nuova generazione?
Valdelli ha cominciato a raccontarcelo mezzo secolo fa, ma non l’ha capito, troppo avanti con i tempi: il racconto dell’umano quale re vacante.
In Nuova Generazione vediamo il profilo grafico di una fantascienza azteca, i volti di Piero della Francesca spropriati da qualsiasi metafisica e lo sguardo di Molly Millions attraverso il SimStim di Henry Case accompagnato da un brano di Yōko Kanno.
Una visione moderna!
Mi sono sempre domandato perché non ci sia un sito su Valdelli, quelle cose del tipo: giovannivaldelli.it o punto com. Forse è in costruzione, non lo so. Ma oltre il Novecento, in anni così avanzati, il doppio linguaggio di Giovanni non mente e benché morto, parla ancora.
Donato Arcella
(“La Nuova Generazione”, opera di Giovanni Valdelli)